La Nuova Sardegna

La secessione catalana rischia di disgregare l’Unione Europea

Mario Segni

L'OPINIONE - Se andrà avanti, ispirerà altri movimenti analoghi. E il clima di incertezza potrebbe paralizzare la ripresa

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In Sardegna sembra essere improvvisamente esplosa una corrente di simpatia per gli indipendentisti catalani. È comprensibile, sia per gli antichi legami che uniscono la Catalogna a una parte della Sardegna, sia perché lo sconsiderato comportamento del governo Rajoy e le irruzioni della Guardia Civil trasmesse dalle televisioni hanno conferito ad una parte, gli indipendentisti, l’immagine del David e all’altra quella di Golia. Ma adesso che la prima parte della vicenda è passata, e se ne apre un’altra molto più difficile e complessa, è bene analizzare il tutto con un po’ di freddezza e razionalità per cercare di capire il significato e soprattutto gli effetti di ciò che sta avvenendo.

La prima domanda che occorre farsi è quella della legittimità. Non c’è dubbio che così come è stato indetto dal parlamento catalano, e come era organizzato, questo referendum è illegale. È precluso dalla Costituzione spagnola. Non è previsto alcun limite minimo di partecipazione, ed è assurdo che una decisione gravissima come la secessione non debba essere confortata almeno dalla maggioranza assoluta dei cittadini, votanti o meno. Domenica il sì ha avuto il voto di circa il 35% dei catalani. È pensabile che un atto storico come la separazione non abbia bisogno almeno del sostegno esplicito della maggioranza dei cittadini? Del tutto privo di garanzie era poi, per quanto se ne sa, il sistema dei controlli. Insomma un atto fuori delle regole democratiche, come noi le intendiamo.

Ma la questione della legalità non esaurisce quella della legittimità. Perché il dritto alla separazione fa parte, hanno sostenuto gli indipendentisti, di un diritto naturale dei popoli, quello alla autodeterminazione, diritto naturale illimitabile e insopprimibile, sicché il diritto della Catalogna si porrebbe su un piano superiore a quello della Costituzione. Il discorso è complesso, ma non può essere affermato tout court in via assoluta. Dove si ferma, quali limiti, e che tipo di soggetto può esercitarlo? Senza una precisazione concordata di questi concetti il diritto di autodeterminazione diventa qualcosa di impalpabile e di indefinibile. Dopo una regione può essere rivendicato da un ente più piccolo, ad esempio un comune? E che caratteristiche deve avere (etnia, lingua, storia, religione) una comunità per rivendicarlo? Ma soprattutto in che misura un diritto del genere può rompere patti e accordi stretti con altre comunità, che ne pretendono naturalmente il rispetto?

La Catalogna non è un’isola a sé stante. Fa parte di una nazione fondata su una Costituzione che solo poco tempo fa la stessa Catalogna ha stretto e confermato con un voto parlamentare dei suoi rappresentanti e con un referendum. Un patto fondativo come quello costituzionale può essere disdetto ad nutum in nome di un diritto precedente che peraltro in quella occasione non era stato esercitato? Non c’è un diritto delle altre comunità al suo rispetto? Ancora più problematico è il discorso sugli effetti.

Non so valutare l’impatto sulla Catalogna, che è la regione più ricca della Spagna (se fosse tra le più povere, come accade per la Sardegna in Italia, sarebbe un suicidio). Certo è che se attuato darebbe una accelerazione potente a quel fenomeno di disgregazione delle strutture esistenti che è iniziato con la Brexit e di cui è impossibile capire lo sviluppo. La prima vittima di questo processo sarebbe l’Unione europea. È singolare che spesso i movimenti indipendentisti si richiamino all’Unione europea mentre combattono la nazione di cui fanno parte (due anni fa lo facevano gli scozzesi). Il processo europeistico va verso l’avvicinamento, la collaborazione delle comunità nazionali e regionali. La secessione si muove in senso opposto: è la affermazione delle particolarità, delle diversità, spesso fatta, come in questo caso, in un clima di violenta rottura.

Se la separazione catalana andrà avanti, e metterà in moto, come è prevedibile, una serie di movimenti analoghi, è difficile che la Unione europea regga a questa lacerazione. Si mette in serio pericolo la sola istituzione che in questa fase storica ha contribuito a un grande rilancio economico e civile dei nostri popoli. Se quindi è difficile prevedere l’effetto ultimo sulla Catalogna, è purtroppo assai facile prevedere l’effetto su di noi e su tante altre zone europee in difficoltà: un effetto disastroso, con la creazione, tra l’altro, di una clima di incertezza politica e istituzionale che rischia di paralizzare immediatamente la ripresa in atto. I fuochi d’artificio in plaza Catalunya erano belli. Purtroppo non abbiamo ragioni per ripeterli da noi.

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