L'INTERVENTO: «Arrivare in Sardegna, un viaggio poco amichevole»
In aereo da Malpensa a Cagliari: la testimonianza del curatore dell'ultima mostra al Man di Nuoro
Non è una questione di fasi, forse è proprio una attitudine al fortilizio, alla difesa, alla separazione. Forse è questa la “costante resistenziale sarda” di cui lungamente ha scritto Giovanni Lilliu. Comunque, come accade nel tempo delle fasi del malanno, ho terminato di curare la mostra “Il regno segreto”, che ha debuttato al Museo Man di Nuoro il 29 maggio, via whatsapp, che è un ottimo modo di prendersi una emicrania bilaterale con aura. Quindi urgeva capire quando sarebbe stato possibile giungere “in presenza” per poter rivedere il tutto dal vivo e fare una serie di video.
A maggio la Sardegna sembrava inespugnabile: il passaporto biologico, i tamponi all’arrivo o nelle strutture turistiche rendevano l’itinerario malagevole. Poi è nata l’epoca del questionario: bisogna registrarsi all’arrivo, facendo una specie di domanda di visto, come per andare a New York. Molti hanno polemizzato, ma la decisione regionale è stata tetragona, mentre le prenotazioni si spostavano verso l’Albania che ha dichiarato accoglienza a chiunque. Se per andare negli USA bisogna dichiarare di non avere con sé armi, di non essere un terrorista, di non avere legami politici o economici con il governo cubano, o di non simpatizzare con Al-Qaeda, o con i Taliban afghani, per arrivare a Cagliari, invece, è necessario stabilire di non avere avuto recentemente febbre, tosse, polmonite o diarrea, indicare se si sono compiuti altri viaggi negli ultimi quaranta giorni, dare il proprio indirizzo di soggiorno, il proprio cellulare e dichiararsi disponibile al tampone, qualora si manifesti il primo segno del morbo. Insomma il perfetto kit della vacanza friendly, che cozza vagamente con il mantra presidenziale: “salviamo l’estate”.
La legge, bizantina e tortuosa, indica solo la continuità territoriale e cambia il 13 giugno. Io avevo comprato a maggio un biglietto per il 12 e non era possibile in alcun modo cambiarlo, data la scarsa disponibilità per la riduzione dei posti a bordo, che pare verrà interrotta il 20 giugno (la gente inizia a muoversi e i voli proprio non bastano). Inizia quindi la ricerca di informazioni, da Alitalia, alla Protezione Civile, di cui non sono riuscito mai a trovare il numero libero e su siti vari, con memorie di viaggiatori stressati che dicono che sono riusciti a passare compilando il questionario all’arrivo. Quindi, armato della mia assoluta incertezza, ho preso il 12 mattina un Malpensa Express essendo ancora annullati i bus, a ore antelucane, perché ogni sito affermava con decisione che era necessario giungere all’aeroporto con due ore di anticipo anche per i voli nazionali.
Ovviamente l’aeroporto era vuoto, fantasmatico anzi, e i controlli si sono svolti in un momento, lasciandomi ore per la meditazione delle prossime mosse. Chiedo informazioni alla signorina del banco del check-in e afferma, con la sicurezza di una frase ripetuta a memoria, forse le danno il modulo a bordo. C’è da cambiare a Roma e intanto chissà se arriviamo puntuali. Al banco a Roma affermano chiari che non ne sanno niente, la hostess a bordo, gentile e distaccata come tutti i professionisti, afferma: “signora mia, se dovessimo star dietro a tutte le leggi regionali in questo momento, non ci salveremmo più”. Il fantomatico modulo è quindi all’arrivo: tutti si affrettano, tarantolati, all’uscita: accanto al nastro trasportatore c’è il sospirato foglio.
Prima però c’è lo stop per il termoscanner (bisogna tenere gli occhiali, toglierli, è sempre un terno al lotto). Una signora anziana inciampa nel trolley del marito, più lento di lei, che maledice in dialetto (non ho compreso tutte le parole, ma il senso era chiaro). Vedo persone inginocchiate, contorte, come in preghiera, che si appoggiano a bordo nastro mentre attonite girano le valigie, per compilare il lungo modulo, ed essere sicuri di avere scritto tutto bene, che se no andiamo sul penale. L’unica superficie offerta per la scrittura è un tavolino su cui c’è la scatola in cui vanno inserite le autocertificazioni.
Al posto della Guardia di Finanza chiedo il modulo, un agente me lo passa senza rispondere, un altro mi afferra la carta di identità, chiedendo da dove vengo. Recito la filastrocca (mi sono imparato il numero dei voli a memoria, che non si sa mai, e sembra una cosa professionale), mi metto a barrare tutti i no, a parte il sì per indicare se ho fatto un altro viaggio negli ultimi quaranta giorni, cosa accaduta con destinazione Sesto Fiorentino, dove ho il domicilio sanitario. Infine, torna il documento, inserisco il fatidico papiro nella cassetta, di cartone, sbilenca e ammaccata, che sembra di quelle dei questionari di gradimento al supermercato. Poi, alfine la sospirata porta di uscita e il sorridente supermercatino all’uscita, che vende in offerta il pane guttiau.
*curatore della mostra "Il regno segreto" al Man di Nuoro
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