Coronavirus, la conta dei morti: l'atroce indifferenza di un'ecatombe - IL COMMENTO
Questa forma di rimozione distorce la nostra empatia nei confronti di 623 vittime
Cosa dovrebbe succedere per ritenere strage la morte di 623 deceduti per Covid in Sardegna? Sono morti solo quelli che ci riguardano direttamente? I parenti, i vicini, gli amici degli amici. Oppure vale quella contabilità comparativa che ci rassicura rispetto alle vittime sul piano nazionale che sono a tutt’oggi quasi 65.000? Vorrei far notare, educatamente e senza rovinare le feste a nessuno, che in rapporto al milione e mezzo di abitanti della Sardegna, 623 vittime non sono poche. E non sarebbero poche neanche se fossero molte meno. Un segnale della tristezza dei tempi che stiamo vivendo.
Non solo sul piano prettamente sanitario, ma anche antropologico e confessionale, è proprio questa atroce forma di rimozione, o di ridimensionamento, che sta distorcendo la nostra empatia nei confronti di queste 623 vittime. Questo bollettino, che è atroce, viene accolto come un deterrente a quei rituali che avevano contraddistinto la nostra “vita precedente” e, dunque, come qualcosa che, sinché non riguarda un nostro congiunto, non ci interessa affatto. Di più: non ci interessa affatto finché funge da falce darwiniana e si limita a uccidere anziani o persone già malate. Prima del Covid raggiungere i cent’anni era un punto di vanto per la nostra cultura, oggi sembrerebbe un abuso.
Dentro al cinismo che ci contraddistingue esiste la constatazione che non vale poi tanto la pena di investire risorse umane ed economiche per salvare vite comunque a rischio. È una constatazione sottile e sotterranea, qualcosa che stiamo aspettando di poter pensare senza troppi sensi di colpa. L’autorizzazione sociale a questa forma di “mors tua vita mea” assume aspetti del tutto specifici. Il negazionismo innanzitutto, come sistema per allontanare da sé il peso di una responsabilità che è collettiva solo quando vissuta individualmente. Chi non porta la mascherina perché tanto “è giovane” o perché “è tutto un complotto”, sta traducendo e rendendo visibile un processo di rimozione. Chi ha bisogno, fino all’autolesionismo, del Natale fatto di Shopping e assembramenti, e non può differirlo nemmeno in questi tempi terribili, evidentemente ha del Natale un concetto esclusivamente merceologico e consumistico. Potrebbe approfittarne per recuperare un senso intimo e, se vuole religioso, di questa festività che è innanzitutto un riconoscersi nel cristianesimo, e invece no: incredibilmente, nonostante gli appelli, si ammassa e si spintona per il regalo o l’aperitivo.
Ci si richiede un atto di responsabilità che non è infinito, ma che possiamo investire per generare una visione diversa di quelle che sono le nostre attitudini. Ma magari la paura è che senza la passerella dei regali il Natale si trasformi in uno spazio di riflessione e di comunicazione tra noi. Dove occorre fare un bilancio dei nostri rapporti e della sostanza effettiva che li attraversa. Ma magari il punto è proprio questo: stare dalla parte delle vittime significa stare dalla parte della vita contro la pubblicità una volta tanto. Magari pronunciare le parole “ti voglio bene” ai nostri figli è più costoso dell’ultimo modello di Play Station. Magari ricordare che in pochi mesi alcuni di quei figli, mogli, madri, padri, fratelli sorelle, amici, nemmeno troppo distanti da noi, devono piangere 623 vittime, potrebbe aiutare a riconsiderare le nostre priorità. Buone Feste.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
