Dopo la lunga assenza della Regione Sarda sul fronte peste suina africana (Psa), si è registrato negli ultimi mesi qualche timido segnale operativo da parte della Unità di Progetto, che ha ripreso ad operare in vista dell’arrivo degli ispettori europei. In questi giorni si è ripreso a parlare del tema, ma invece di fare gli auspicati e doverosi passi avanti verso la promozione della Sardegna che ha sconfitto la Psa, si fanno dannosi passi indietro.
Dopo quasi tre anni di assenza di casi di maiali o cinghiali infetti (cioè in cui si riscontra il virus) e pertanto almeno potenzialmente contagiosi, dai primi del dicembre scorso, si parla di “nuovi focolai di peste suina” in Ogliastra, creando grande allarme tra gli operatori sardi per i conseguenti provvedimenti delle autorità sanitarie regionali, che causano grandi disagi economici tra le imprese del territorio interessato. Il fatto che l'aver riscontrato la presenza di anticorpi del virus in 7 suini abbia portato alla dichiarazione di tre “focolai” con relativa notifica al ministero della Salute, ha sollevato moltissimi dubbi tra i tecnici del settore. È infatti apparso arduo paragonare animali con anticorpi, in quanto a suo tempo malati ma nel frattempo guariti, ad animali infetti, pertanto contagiosi. Sarebbe come dire che studenti guariti dal virus Covid19, dopo essere risultati negativi al tampone, costituiscano comunque un rischio e devono pertanto restare a casa, per sempre. Se, come pare, si sta erroneamente amplificando il rischio posto dai maiali sieropositivi ma non infetti né contagiosi, saremmo di fronte ad un agire delle autorità tecniche e politiche della Regione come minimo superficiale, se non irresponsabile. Penso che il presidente Solinas e l'assessore Nieddu debbano spiegare quanto prima la vera natura ed entità di quanto accaduto e le ragioni tecniche e normative che hanno spinto le autorità competenti ad affrettarsi a dichiarare la presenza di focolai “fantasma” di peste suina, che ai più sembrano essere inesistenti. Infatti, non è stato riscontrato alcun sintomo di malattia, non c’è nessun animale morto, quindi non c’è il virus.
Non sfugge a nessuno la delicatezza del tema e la necessaria prudenza nell'esprimere giudizi in merito, ma la dimensione del danno che può derivare alle prospettive di rilancio del comparto suinicolo isolano, impongono la massima lucidità, correttezza e conseguenti azioni delle autorità regionali. Autorità che in qualche circostanza hanno affermato che nel rapporto degli ispettori europei sta scritto che la Sardegna abbia l’obbligo di confermare come focolaio (con tutte le conseguenti restrizioni che gli allevatori devono poi subire per mesi) anche il solo riscontro di capi sieropositivi: sarebbe alquanto strano e irragionevole, è possibile conoscere il contenuto del rapporto? Peraltro, se tutto questo accade nel momento in cui la peste suina compare in tutta l’Asia, l’Europa e, di recente nella Penisola, mentre nella nostra isola non si riscontrano più casi di malattia e di animali infetti, si comprende quanto le azioni delle nostre autorità tecniche e politiche debbano essere improntate al massimo rigore; ma anche alla massima serietà e attenzione affinché il comparto suinicolo sardo possa essere finalmente salvaguardato e rilanciato. È possibile conoscere quali passi sono stati fatti, presso il ministero e presso la Commissione europea, affinché il risultato della eradicazione venga finalmente riconosciuto? Sorge infatti il sospetto che non si voglia riconoscere l'importantissimo risultato, solo perché i meriti risalgono principalmente alla amministrazione regionale guidata dal presidente Pigliaru, più che a quella attuale dalla azione ondivaga e indecisa. La fiducia degli operatori suinicoli sardi verrebbe infatti mortificata e svilita da azioni della Regione che si rivelassero inadeguate: non possiamo assolutamente permettercelo e il comparto non lo merita.