La Nuova Sardegna

Guerra e grano, la scoperta che il pane può finire

Roberto Furesi e Pietro Pulina
Guerra e grano, la scoperta che il pane può finire

La crisi del "granaio d'Eurasia" priva il mondo di un importante fornitore di cereali, girasole, soia e risorse energetiche, materie prime sulle quali si fonda il nostro quotidiano benessere. E' ormai un problema di food security

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Un cielo blu che accarezza placidamente i gialli campi di grano, simbolo di prosperità. Ecco cosa raccontano i colori della bandiera dell’Ucraina, che in questi terribili giorni di guerra abbiamo stretto al cuore e sventolato per solidarietà. Fanno impressione le immagini che giungono da laggiù. Quei colori sono virati a un plumbeo, tragico grigio in cui il cielo non si distingue più dalla terra. I campi sono devastati e deserti, i porti chiusi e sotto assedio.

Le donne, gli anziani e i bambini si rifugiano nel sottosuolo o scappano all'estero, gli uomini prendono il fucile. La bandiera ucraina ha perso il suo blu e il suo giallo, il grano, non c'è più. La crisi del "granaio d'Eurasia" priva il mondo di un importante fornitore di cereali, girasole, soia e risorse energetiche, materie prime sulle quali si fonda il nostro quotidiano benessere. Benché l'Italia non sia direttamente interessata per grandi volumi all'interruzione delle forniture dei prodotti ucraini, non può che preoccuparsi per le ricadute che il drastico calo di offerta agricola di quel paese produrrà sui mercati internazionali. I prezzi dei futures, cioè dei titoli che scommettono sui prossimi raccolti, prevedono significativi rialzi e una generalizzata carestia per il mondo. Serbia e Ungheria hanno già annunciato che ricorreranno al divieto di esportazioni dei loro prodotti al fine di garantire disponibilità alimentari per i propri cittadini.

L'allarme è stato già lanciato: Federalimentare paventa una crisi insostenibile per le industrie, che finiranno col soccombere all'offensiva dei prezzi delle materie prime agricole e della bolletta energetica. Si rischia dunque uno scenario di restrizioni che non riguarderà solo il gas e la benzina, ma anche e soprattutto il pane. A differenza di quanto successe in occasione della pandemia, sarà proprio la globalizzazione dei mercati a far inceppare i meccanismi di garanzia di approvvigionamento delle derrate alimentari per i cittadini. Allora, infatti, la rete mondiale continuò a fornire le nostre mense nonostante il lockdown; adesso invece è la stessa rete a portarci in casa l'onda lunga della crisi alimentare mondiale.

Si pone dunque un serio problema di food security, che rischia di intaccare i fondamenti della sicurezza nazionale e della democrazia. Non dimentichiamo infatti che la "primavera araba" del 2011, in cui diversi regimi delle rive sud ed est del Mediterraneo vennero rovesciati, ebbe inizio proprio con rialzi dei prezzi del pane e con assalti ai forni che rievocavano manzoniane memorie. A completare lo scenario concorrono due fatti solo apparentemente distinti. Il primo riguarda il volume e la titolarità delle scorte mondiali di cereali. Da tempo, ormai, la Cina ha reiterato e consolidato un certosino percorso di accaparramento che la conduce oggi a disporre di oltre la metà di quanto viene stoccato nei magazzini del mondo. Ciò significa, in altri termini, che il tema della food security è stato per lungo tempo collocato in fondo alle priorità strategiche nazionali dei paesi sviluppati, cosa che la Cina invece non ha fatto, preoccupandosi dell'indipendenza delle forniture per il proprio miliardo e più di cittadini.

Ad accentuare la differente visione del ruolo affidato all'agricoltura concorre la prospettiva europea del Green Deal che, attraverso le strategie Farm to Fork e Biodiversity che innerveranno la prossima Politica Agricola Comune, e non solo quella, prelude a significativi cali di produzione al fine di ridurre l'impatto ambientale e climatico della nostra agricoltura.Diverse organizzazioni di categoria premono su Bruxelles affinché gli obiettivi di sostenibilità prescritti siano allentati o comunque dilazionati nel tempo. Il paradosso della crisi ucraina consiste nel ribaltamento delle convinzioni delle virtù del sistema alimentare globale e ricolloca l'agricoltura, insieme al comparto energetico, al centro dello scacchiere delle priorità strategiche nazionali. Forse avevamo dimenticato quanto fosse importante il pane per la nostra libertà. Spiace che sia stato Putin a ricordarcelo.

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