opinioni

Torres e Dinamo due esempi di rinascita

Il sacerdote e cappellano del carcere di Bancali interviene sui successi delle due società sportive che costituiscono un esempio di capacità di fare e di speranza, quasi un modello Sassari di cui si sente il bisogno


11 giugno 2022 Gaetano Galia


Non vorrei perdere la ghiotta occasione per offrire una riflessione alla mia città, sulle recenti performance sportive della Dinamo e della Torres. Si può andare a piazzale Segni a festeggiare, ci si può ubriacare per celebrare questi grandi successi, se ne può fare l’argomento del giorno in tutti i settori della vita della città, ma è necessario anche riflettere su cosa c’è dietro tali risultati.Sassari, a un tratto, si ritrova ad avere due belle realtà che galvanizzano tutti i cittadini.

Leggere la complessità del fenomeno è importante perché può servire da lezione per tutti noi, non solo dal punto di vista sportivo, ma sociale ed economico. Dietro questi exploit ci sono investimenti mirati e oculati, c’è la capacità di coinvolgere gli imprenditori cittadini, regionali e nazionali, c’è una seria programmazione, ci sono professionisti competenti (e non dei raccomandati), uno staff in grado di cogliere quali siano gli interessi, i bisogni, le aspettative della città. Investitori prudenti che non fanno mai il passo più lungo della gamba, individui che hanno iniziativa, che sanno coinvolgere il privato senza aspettare passivamente il contributo dal pubblico. Professionisti che hanno saputo entrare nel cuore della città, che hanno avuto, talvolta, il coraggio di prendere decisioni anche contro gli umori della piazza, che sanno coinvolgere tutti, anche la gente più semplice senza trascurare nessun dettaglio.Queste due realtà sono un segno di speranza. E ne abbiamo bisogno. Ribadiscono che anche noi siamo in grado di competere con altre aziende nazionali e internazionali, che non abbiamo bisogno necessariamente dell’imprenditore “continentale” che ci metta il capitale e le idee, che siamo in grado di far rinascere economicamente una città pigra e sonnolenta attraverso “l’impresa” sport. Ci serva da lezione: basta con la ricerca frenetica del “posto fisso”, basta col vivere di espedienti o alla giornata, basta elemosinare contributi comunali o statali, basta trovare alibi alla nostra incapacità di autopromuoverci e di aprirci alla creatività e all’inventiva. È il mondo del lavoro che è cambiato: sono necessarie varie competenze, studi, approfondimenti, formazione continua, confronti con altre realtà, sacrifici, rinunce, è necessario conoscere la propria persona, valorizzare le proprie risorse, acquisire nuove abilità, aggiornarsi e riconvertirsi, allenarsi alla flessibilità e alla gestione del cambiamento, e saper accettare il fallimento come nuova opportunità e non come giustificazione per abbattersi.

Forse dovremmo scrollarci di dosso, come sassaresi, un’altra serie di alibi, che sono alla base di molti insuccessi e di un atteggiamento apatico: per esempio il tirare in ballo l’insularità in maniera eccessiva, il continuare a pensare che sia solo Cagliari a fagocitare le risorse regionali, il continuare a tirare in ballo la crisi del petrolchimico, che ha depauperato il nostro territorio e l’ineluttabile carattere cionfraiolo del Sassarese, credere che il nostro territorio sia meno appetibile, rispetto al nordest dell’isola, più attraente e seducente, reagire al senso d’inerzia tipico di chi non fa niente ma è pronto a criticare e denigrare chi s’impegna e tenta di ribellarsi ad una mentalità intrisa di fatalismo e rassegnazione. Pierluigi Pinna e Stefano Sardara ci hanno dimostrato che questi pretesti possono essere elusi attraverso l’audacia, la programmazione, l’intelligenza, il rischio calcolato, la competenza, ma soprattutto avendo il coraggio di metterci la faccia. Ma un ulteriore speranza è data anche dalle tante altre esperienze simili, ugualmente molto valide, che stanno nascendo nel nostro territorio. Più che suscitare invidia, dovrebbero stimolarci a fare altrettanto! Ecco adesso si può dire forza Dinamo e forza Torres, perché non è solo un evento sportivo che ci ha coinvolti, ma un metodo, una visione di vita, una progettualità. A noi il compito di non banalizzare un avvenimento così rilevante.

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