La Nuova Sardegna

Cultura e Folklore

Gianni Chessa, l’assessore al turista

Marcello Fois

	L’assessore regionale Gianni Chessa
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L’assessore regionale Gianni Chessa

Commentare le sue parole sulla dicotomia Cultura e Folklore significa innanzitutto affrontare l’imbarazzo di ascoltarle e leggerle

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Commentare le parole del nostro assessore al turismo Giovanni Chessa, intorno alla dicotomia (traduco per lui: separazione) tra Cultura e Folklore, significa innanzitutto affrontare l’imbarazzo di ascoltarle e leggerle. Ma significa soprattutto affrontare il disagio di considerare che per quanto sue, frutto del suo pensiero, quelle inascoltabili affermazioni, rappresentano il punto di vista del governo regionale di cui fa parte. Nemmeno durante la svolta più destrorsa della nostra storia politica regionale si era attentato in modo così candidamente protervo al senso stesso della parola Cultura. Perché di una faccenda onomastica si tratta. Del trattare un lemma come Cultura non tanto per quello che rappresenta, ma in opposizione ad un altro lemma, in questo caso Folklore, che dovrebbe esserne un elemento consistente, non certo un’alternativa.

In pratica il nostro Assessore Giovanni Chessa afferma che tutto ciò che non è Folklore è Cultura e che dunque, quando sente la parola Cultura, come Goebbels alla pistola, mette mano alle launeddas, che nella sua testa sono nient’altro che pezzi di canna in cui si soffia. Ora qualcuno potrebbe essere persino tentato di dargli ragione. Più di uno, prospettando nuovi e più importanti emolumenti, l’ha fatto, gioendo di questa “giustizia distributiva” che ha visto penalizzare vistosamente il settore Spettacolo e Cultura. Ma costoro gioiscono senza ragionare sul fatto che quando si è favoriti perché portatori di sollazzo (traduco per lui: divertimento) per turisti, si sta autorizzando chiunque a pensare, e ad affermare, che i gruppi folk si guardano bene dal fare spettacolo e cultura.

L’Assessore Chessa non vi chiede altro che indossare i costumi, più o meno autentici, e tenervi pronti negli aeroporti, nei locali, nelle piazze, per offrire quel che di esotico, quel prurito rustico locale, quel sottile brivido etnico che il turista si aspetta. Perché nella cosmogonia (traduco per lui: visione dell’universo) dell’Assessore Chessa il Turista conta assai più che il turismo. Tanto che la sua svolta reale consiste proprio nell’essersi trasformato da Assessore dei Sardi e quindi al Turismo, ad Assessore dei continentali e quindi al Turista.

In fondo lui stesso, la sua scaltra attitudine a rappresentarsi come chi è fiero di non sapere, è lo specchio, la manifestazione plastica di quello che questo Governo Regionale pensa della Sardegna. Il silenzio fragorosissimo del Presidente Solinas in merito lo attesta. Secondo l’Assessore Chessa dobbiamo diventare, se già non lo siamo, un posto dove per la gioia del turista non si deve fare Cultura. Un’idea retriva e colonizzata che non si confronta con la tradizione autentica della nostra meravigliosa terra, se non altro perché, per presentarsi a tale confronto bisognerebbe leggere qualche libro e la lettura, si sa, è un deterrente nei confronti di chi cerca camerieri in costume.

L’Assessore Chessa ignora, o finge di ignorare, che tutte quelle manifestazioni che lui aborrisce (traduco per lui: che gli fanno schifo) generano un indotto e un’economia enormi e generano Turismo. Cioè un’attività in cui si frequenta un posto per capirne usi e costumi, non per colonizzarlo. Qualche anno fa il Conte Donà delle Rose, uno dei padri fondatori di Porto Rotondo, mi spiegò il futuro della Sardegna dal suo punto di vista: un anello costiero attrezzatissimo e un interno vocato alla produzione di tipicità locali per la richiesta turistica. Quel progetto riguardava un modello Costa Smeralda diffuso, con campi da golf e porti per yacht. Quel modello che all’epoca mi spaventò, e sotto molti aspetti mi scandalizzò, oggi mi sembra, alla luce delle esternazioni del nostro assessore al turismo Giovanni Chessa, assai meno colonizzante e umiliante.

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