La Nuova Sardegna

La crisi

Il folle gioco dei partiti

Luca Rojch
Mario Draghi
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Mario Draghi

La fine del governo guidato da Mario Draghi

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Fatto di una sostanza diversa dall’impalpabile evanescenza della politica. Mario Draghi non cambia la rotta del suo governo.  Chiede la fiducia con un discorso durissimo che affonda i 5 Stelle e mette in evidenza il paludoso procedere di molti pezzi della sua maggioranza. Badilate su reddito di cittadinanza e sugli effetti distorsivi del bonus 110. Poche parole, ma affilate, taglienti, mattoni di consapevolezza. Draghi si presenta al Senato e chiede la fiducia su una mozione, quella di Casini, che non ha il sostegno del centrodestra e dei 5 Stelle. I partiti decidono di scendere dal treno della responsabilità, dal governo di unità nazionale che doveva portare il Paese fuori dal covid e dalla grande crisi. Il premier resta coerente alla sua idea di un governo per il bene dell’Italia, anche a costo di riforme impopolari. Ma anche di posizioni che lo hanno portato a questo inevitabile deragliamento.

Il convoglio Draghi non è stato capace di adattarsi ai percorsi tortuosi della politica. Ma la fine di questo governo dà il polso di quanto l’Italia sia alla deriva. Di come un banchiere che ha trascorso gli ultimi decenni dentro i Palazzi del denaro della Bce conosca meglio il paese reale e ne abbia capito le esigenze più dei segretari di partito, attenti più al consenso che allo sviluppo. Al bene personale che a quello collettivo. Sentire il rappresentante della Lega al Senato che si lamenta della mancanza di attenzione del governo nella lotta allo sbarco dei migranti è un’immagine che quasi non merita commento. Da sola basta per comprendere l’impopolarità del populismo. La naturale inclinazione della politica di oggi a parlare alla pancia delle persone. A propagandare una mancia da 200 euro una tantum in busta paga come la soluzione alle difficoltà degli italiani.

Anche il Pd ha le sue responsabilità, perché ha puntato all’alleanza con i 5 Stelle. Una sindrome di Stoccolma che ha contribuito a indebolire l’esecutivo. E il suo segretario Enrico Letta mostra una certa lungimiranza. Ieri mattina ha esordito con un poco profetico: «Sarà una bella giornata».

Il grande treno delle riforme deraglia perché i partiti della maggioranza hanno sabotato i binari. E i 5 Stelle portano avanti con coerenza il loro suicidio politico. Certi di avere perso il vento della protesta che ne ha dopato le preferenze ora cercano di riconquistare il loro ex elettorato. Ma la maggior parte dei parlamentari a 5 Stelle, i pochi che non sono passati in altri partiti, difficilmente verranno rieletti. Il peso nel Paese reale dei grillini è crollato ed essere l’origine della valanga che riporterà l’Italia alle urne non gli farà guadagnare consensi. Il sistema dei partiti italiano dimostra tutta la sua inconsistenza, tutta la sua evanescenza, tutta la sua inadeguatezza davanti a un popolo che vive la crisi economica più feroce dal dopoguerra.

L’effetto di questa crisi si respira già, con la Borsa che chiude in ribasso e lo spread che schizza oltre 200 punti. Difficile pensare a un’alternativa differente a quella del voto. In questo quadro di opportunismo e sciatteria politica giganteggia la figura del premier Draghi che non si fa usare dai partiti, non si piega alla logica della propaganda, al populismo delle mance per restare in sella ancora per qualche mese. Stacca la spina a un governo che già non c’è più, ucciso dai partiti e dalla loro irresponsabilità politica. Serviva un piano Marshall e un governo di unità nazionale di alti principi e alti valori. Ma ci si è trovati con una classe politica di altri principi e altri valori. Povera Italia.

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