Gli uomini maltrattanti non hanno confini
Lo stupro è uno degli atti più violenti commesso nei confronti di un’altra persona costretta a subirlo il più delle volte inerme. È la ferita impossibile da rimarginare - IL COMMENTO
Lo stupro è uno degli atti più violenti commesso nei confronti di un’altra persona costretta a subirlo il più delle volte inerme. È la ferita impossibile da rimarginare. Anche il perdono è un atto complicatissimo e un passaggio delicato, quando nei progetti di resilienza e di incontri attraverso la giustizia riparativa si prova a far dialogare il carnefice e la vittima. Ci vogliono molti temporali nel deserto per poter ricucire e riparlare di quella maledetta e inutile violenza.
Chi subisce uno stupro finisce per dipingere il mondo in bianco e nero e la vita le appare come sfocata, senza futuro. Le vittime raccontano spesso di non riuscire a trovare le parole per imbastire anche un semplice discorso quando si trovano davanti a una persona che, magari, alza la voce. Scatta un meccanismo di difesa, di terrore vero, puro. Di contro, il carnefice, in carcere, subisce un trattamento riservato agli “infami” e l’amministrazione penitenziaria, per difenderlo, lo inserisce nel circuito chiamato “sex offender”, una sorta di girone dantesco dove il più delle volte oltre al normale e ovvio etichettamento nient’altro si offre. Nessun passaggio, nessun progetto reale e la famosa rieducazione, in questo caso fondamentale, non riesce a vedere la luce. In questi giorni è stata montata la polemica sul famoso video dove il presunto carnefice è uno straniero richiedente asilo e la vittima, una donna ucraina. L’onorevole Giorgia Meloni ha postato il video con la scena dello stupro condannandolo e promettendo interventi chiari e decisi. Tutti a guardare il dito e nessuno a osservare la luna. Soprattutto il senatore Matteo Salvini si è affrettato a scrivere di voler difendere i confini e gli italiani.
Come se chi proviene da altre parti del mondo sia ladro, rapinatore, omicida o stupratore. Nel 2018 (dati Istat e quindi inconfutabili) sono stati sentenziati 1.411 omicidi volontari, 2.205 violenze sessuali, 1.051 percosse, 4.004 maltrattamenti in famiglia e 2.402 atti persecutori (stalking) nei confronti delle donne. Numeri enormi, da far paura. In un’indagine dell’Istat del 2017 si pongono in evidenza alcuni fattori importanti: gli stupri sono commessi in oltre tre quarti dei casi da persone con cui la vittima ha una relazione affettiva o amicale. Quelli subiti dalle donne italiane «sono stati commessi da italiani in oltre l’80 per cento dei casi (81,6 per cento), da autori stranieri in circa il 15 per cento dei casi (15,1 per cento)». La luna, ovvero gli uomini maltrattanti, non sono solo “stranieri”, gli orchi (o presunti tali) si annidano nelle nostre famiglie, tra gli stessi partner tutti italianissimi. Il fenomeno dello stupro, purtroppo, non conosce confini etnici. Il problema esiste e persiste. Si dice sempre che è una questione “culturale”, atavica, legata a stratificazioni sociali che si perdono nella notte dei tempi. Lo stupro è un atto ignobile, una dimostrazione di forza barbara e fine a se stessa anche perché non produce piacere a nessuno. Un atto furibondo ed esecrabile, condannato in tutte le culture. Eppure esiste. E persiste. In carcere questo reato è considerato ignobile, ingiustificabile anche da chi ha commesso ed è stato condannato per reati non esattamente “nobili” (i delitti di mafia sono incredibilmente accettati dalla popolazione detenuta). Negli ultimi anni il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha presentato una serie di progetti riguardanti i detenuti maltrattanti, passaggi dolorosi dove il carnefice deve prima di tutto riconoscere quel reato, farci i conti, vergognarsene e, attraverso un percorso lungo e impervio comprendere le ragioni di un vivere e sentire comune, di rispetto per gli altri. Non ci sono sconti e non si esce prima dal carcere. Ma non si butta la chiave, anche perché quelle persone un giorno saranno comunque libere e vorremmo non commettessero più quel maledetto reato.
Guardare il dito è operazione semplice, liberatoria, lo sguardo verso la luna è più complesso, serve un telescopio più grande e molto tempo per mettere a fuoco l’obiettivo. Ma è quello che la politica dovrebbe fare.
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