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Nel film di Pupi Avati il senso dell’arte di Dante Alighieri

Matteo Porru
Nel film di Pupi Avati il senso dell’arte di Dante Alighieri

Si perde il conto dei pittori, dei musicisti, degli scrittori che si sono ispirati a lui

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Il nuovo film di Pupi Avati non racconta Dante, lo accarezza. Lo sguardo morbido, empatico - e sempre rispettoso ed elegante - del regista bolognese rievoca diversi momenti di vita del più grande letterato della storia occidentale. Un viaggio fisico e intimo di un Giovanni Boccaccio che diventa guida e tramite per conoscere le emozioni e le pulsioni di Alighieri uomo e poeta. C’è tutto: orrore, amore, fusione, confusione, riconoscenza, adorazione. Ma il Dante secondo Avati è utile anche per riflettere su un dato più profondo e, forse, persino strutturale: l’immortalità della letteratura e la tendenza dell’arte a chiamarsi e richiamarsi nelle sue varie fasi e in tutte le forme che riesce ad assumere.
Il Sommo Poeta è l’esempio perfetto: si perde il conto dei pittori, dei musicisti, degli scrittori che si sono ispirati a lui (dal già citato Boccaccio al compositore Franz Liszt, dal pittore Eugéne Delacroix al regista David Fincher).

In Sardegna si può dire lo stesso per Grazia Deledda (che dà il la a un grande film di Mario Monicelli e a molti altri artisti, sardi e non solo) o per Giuseppe Dessì (vicino di casa e amico in intimo di Maria Lai, che lo ha visto e ritratto più volte). È evidente che ci sia una soglia, sottile e variabile ma comunque importante, oltre la quale un autore diventa icona e un’opera, un classico. Accade una magia bella, che poi è una beffa al tempo, e che ci lascia apprezzare visioni e opere sempre attuali e mai immobili. Oltre questa soglia, si passa dalla riconoscenza al tributo. C’è chi pensa che questo passaggio sia pericoloso, che renda ogni omaggio un’azione sterile o addirittura irrispettosa. Forse dimentica che uno dei grandi obiettivi dell’arte è guidare. E, per guidare, deve essere vicina, non astrarsi. Il tributo è una delle forme di arte più complesse e delicate. Paga un debito umano, morale, collettivo. Lo paga Pupi Avati per tutti noi, all’uomo che ci ha preso per “incantamento” e per mano, sviscerando tutto il bene e tutto il male del mondo.

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