La Nuova Sardegna

Stragi irrisolte, non bisogna mai smettere di cercare la verità

di Roberto Petretto
Stragi irrisolte, non bisogna mai smettere di cercare la verità

C’è chi quotidianamente si ribella al rischio dell’oblio: un atto doveroso in un paese che si professa “civile”

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Assuefatti. Disillusi. Scettici. Anestetizzati da anni di indagini senza esito, di insabbiamenti, reticenze, depistaggi hanno avuto sull’opinione pubblica una sorta effetto soporifero che sembra avere tolto, o almeno attenuato, la capacità di indignarsi. Sotto una valanga di informazioni tutto si consuma in fretta. Prendete la la tragedia di Ischia, ad esempio: è di poche settimane fa, eppure nei ricordi collettivi (a parte quelli degli ischitani) sembrano trascorsi anni.

Figuriamoci cosa accade per le stragi che risalgono a decine di anni fa. Bisogna però avere la capacità di resistere, all’assuefazione, alla disillusione, allo scetticismo. Chiedere conto, come opinione pubblica, di fatti tragici mai chiariti. C’è chi quotidianamente si ribella al rischio dell’oblio. Alcuni magistrati, alcuni politici, alcuni giornalisti che non mollano la presa, proseguono la battaglia combattuta da un esercito che non si arrende. L’esercito dei familiari delle vittime di stragi che chiedono di sapere non per smania di vendetta, ma per la necessità di puntellare le proprie esistenze strapazzate da assassini sconosciuti. Moby Prince, Ustica, il caso Emanuela Orlandi, con diverse sfumature le stragi di matrice terroristica (piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus), sono capitoli del libro della vergogna. Quella dei misteri irrisolti non è, purtroppo, un’esclusiva italiana. Gli Stati Uniti stanno ancora facendo i conti con le ombre dell’assassinio Kennedy, ma questo non ci deve consolare. Il dolore non si cancella e l’iniziativa della Camera penale di Oristano e dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna, che domani dedicherà una giornata di approfondimento alla tragedia del Moby Prince, merita sostegno e riconoscenza. Perché dimenticare rinnoverebbe il dolore di chi cerca giustizia . Non è un lavoro facile. Ricostruire con certezza gli avvenimenti non è facile e non lo sarà neanche in futuro. Perché c’è ancora tanto da fare. Lo sanno bene i parlamentari delle due commissioni che si sono impegnati nell’opera di ricostruzione dei fatti, nella ricerca delle testimonianze, nella verifica delle informazioni. Approdando a verità non univoche e inoppugnabili. Più di trent’anni sono passati da quella sera del 10 aprile del 1991. Nell’impatto tra il Moby e l’Agip Abruzzo, appena fuori dal porto di Livorno, morirono 140 persone, fra passeggeri ed equipaggio. È rimasta la più grande tragedia della marineria italiana. Ed è rimasta fino ad oggi senza un colpevole, senza una spiegazione chiara. Per la giustizia penale italiana le ragioni sono da ricercare nella nebbia che pare avvolgesse la zona della tragedia. Una nebbia (smentita dalle conclusioni della commissione parlamentare) nella quale si sono confuse di certo tante altre cose: la posizione delle navi, i tempi dei soccorsi. I dubbi. Tanti e angoscianti. Uno su tutti, al di là delle responsabilità sull’impatto: si poteva fare di più? Qualcuno poteva sfuggire alla trappola infernale del traghetto in fiamme? Trovare delle risposte potrà forse aggiungere nuovo dolore, mettere il sale su ferite mai rimarginate. Ma è un atto doveroso in un paese che si professa “civile”. «Indagini, processi, commissioni d’inchiesta: la lunga ricerca della verità»: è questo il tema scelto dagli organizzatori dell’incontro di Oristano. Perché il cammino verso la verità è ancora lungo e complicato, in una strada dove ancora affiora, a tratti, quella nebbia che, secondo le sentenze, opprimeva il porto di Livorno 30 anni fa, e che ancora ostacola le persone di buon a volontà che cercano di dissiparla per portare luce su una delle pagine più buie e tristi della storia del paese.

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