Drappi per noi prigionieri dell’isola
Per fortuna esistono i giovani che ci dimostrano che esistono cause per cui vale la pena di spendersi fino in fondo, senza un tornaconto diretto. E sempre ci ricordano le inefficienze, le distrazioni, le ambiguità della nostra generazione irriconoscente, egoista, ridotta in gran parte a un’etica del “do ut des”, del “tutto e subito”. La prospettiva, anche inconsistente, anche a fondo perduto, dell’adolescenza per noi è svanita, ma per fortuna ci sono i giovani, spesso figli assai migliori di quelli che ci meritiamo.
Esseri umani che sognano mondi, che lanciano i cuori molto aldilà dei nostri ristretti orizzonti. Un esempio: qualche giorno fa al Liceo Scientifico Spano di Sassari gli studenti si sono attivati perché fosse approntata una rampa che permettesse ai disabili di raggiungere agevolmente l’edificio. In quella occasione è stato possibile vedere lungo tutta la recinzione del complesso scolastico drappi e nastri appesi per ricordare che in Iran si è arrivati al punto di non ritorno di impiccare i dissidenti, spesso ragazzi, di imprigionare e costringere al velo le donne, spesso ragazze. Di costringere chiunque al mutismo. Un mutismo che troppi adulti, troppo spesso, accettano come dato ineluttabile. Io in questa vicenda ci vedo una metafora sul collegamento tra la libertà di spostarsi e la libertà di esprimere le proprie opinioni.
Una metafora che pone domande. Quand’è, precisamente, che abbiamo perso la capacità di riconoscerci nella sofferenza degli altri? Quand’è cioè che una tragedia ci tocca solo se scardina la nostra immobilità? Le nostre certezze brevi? Il nostro cortile? Secondo questi ragazzi, i nostri figli, riconoscere il diritto alla mobilità dei loro colleghi disabili e soffrire per i loro coetanei iraniani sono sentimenti corrispondenti. E questo semplice accostamento potrebbe bastare a dare speranza.
A mutare la prospettiva con cui si guardano le cose, specialmente dalla Sardegna. Perché è chiaro che per questi ragazzi, i nostri figli, il punto non è che stiano appendendo drappi e manifestando dal migliore dei mondi possibili, ma che lo stiano facendo nonostante vivano in un posto in cui i diritti elementari non sono, sistematicamente concessi.
Ognuno dei nostri ragazzi soffre di una sperequazione che non pare scandalizzare nessuno: il diritto alla mobilità. Mentre tutti loro coetanei possono muoversi liberamente, passare il Natale nel mondo, ritornare a casa per le Feste, a loro, a noi, ai sardi, questa libertà non è concessa. Eppure, nonostante, questa violenza silente, questo scandalo inespresso, questa lacerazione muta, c’è tempo e spazio per soffrire e imporre un segno evidente a sostegno dei ragazzi, nostri figli, iraniani. Ora è fin troppo chiaro che a chi ci governa faccia comodo tenere separate le due cose come se una dittatura palese cancellasse una dittatura latente.
Minimizzare sul fatto che ai sardi tutti è impedito di muoversi nel mondo e che siamo costretti a sottostare al calendario turistico per spostarci, significa semplicemente negare un dato di disparità eclatante. Qualcosa che non avrebbe accettato nemmeno il peggior governo filoromano, figurarsi il governo che si dichiara sardista. Tutti i vezzi dei colonizzati, l’accumulo dei privilegi nella capitale viceregia, la scarsa attenzione alla distribuzione delle risorse, il disinteresse per la mobilità dei sardi a favore dei turisti, la tendenza a favorire il folk “contro” la cultura, si sono, tristemente, reificati.
Senza che nessuno senta il bisogno di appendere un drappo, un piccolo nastro per questo. Per questo mi rivolgo ai ragazzi di tutta Italia perché appendano un drappo, un piccolo nastro, a sostegno dei loro coetanei sardi prigionieri nell’isola resort.
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