La Nuova Sardegna

La cattura di Messina-Denaro

L’omertà odiosa di chi ha vissuto col boss

di Vanessa Roggeri
L’omertà odiosa di chi ha vissuto col boss

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Operazione “Il tramonto”, come il titolo della poesia della piccola Nadia Nencioni, la bambina di 9 anni morta nella strage di Firenze comandata dal boss Messina Denaro nel 1993. “Il sole sta andando via, è già sera, tutto è finito”, recitano i versi conclusivi, a epitaffio della carriera da latitante durata 30 anni di uno dei boss più sanguinari del Paese.

È la vittoria dello Stato sul mafioso che ha sciolto nell’acido il figlio dodicenne di un collaboratore di giustizia e ha fatto saltare in aria i giudici Falcone e Borsellino. Ma al di là di retorica e facili trionfalismi, allo stesso tempo possiamo dire che la cattura di M.M.D. è anche una sconfitta, tutta contenuta nell’applauso popolare che i testimoni dell’arresto hanno indirizzato alle forze dell’ordine. Lo hanno accompagnato con un sonoro “grazie”, come se quella parte di Italia per 30 anni fosse stata ostaggio del capomafia sessantenne ora sotto chemioterapia.

Eppure M.M.D. per tutto questo tempo ha vissuto alla luce del sole, sebbene sotto necessario falso nome, a 5 km dal suo paese d’origine, a Campobello di Mazara, in pieno centro abitato. Nell’immaginario collettivo il latitante è una figura schiva, quasi romanzesca, nascosta in qualche spelonca isolata sui monti. Niente di più lontano dalla verità. M.M.D. ha continuato a vivere dove ha sempre vissuto, circondato dalle comodità, e ciò significa che tutti sapevano. Sembra una frase fatta da talkshow, ma è la descrizione della realtà: tutti sapevano ma nessuno ha parlato. Oggi l’applauso, ieri il silenzio complice.

Omertà significa astenersi volontariamente dal denunciare persone o situazioni delittuose, scegliere di coprire certe condotte illegali, fingere di non vedere e non sentire per paura di ritorsioni, per convenienza, per solidarietà, per menefreghismo. Una lettera anonima non avrebbe messo in pericolo nessun onesto cittadino, questo è chiaro, ma l’omertà si nutre anche di assuefazione al marciume, di accettazione passiva da parte della gente comune di quei sistemi di forza illegali, terrificanti, che permeano il tessuto sociale in modo talmente pervasivo e capillare da sembrare onnipotenti e onnipresenti.

La colpa, in ogni caso, se una colpa è possibile rintracciarla, non è unilaterale, non appartiene solo alla cittadinanza. È dovere delle istituzioni costruire una solida fiducia nella legalità e nel potere statale di tutela e affermazione della giustizia. Una fiducia che per ora è triste sfiducia, che porta a ritenere l’omertà la via più sicura per vivere tranquilli, distorcendo nei fatti la capacità di saper discernere il bene dal male, e da quale parte sia sempre giusto schierarsi. Tacere pur sapendo è uno degli atteggiamenti più odiosi che si possa tenere; non conosce età o latitudine degli omertosi, e può verificarsi in qualsiasi ambiente: in una classe, in famiglia, in una squadra sportiva, in ufficio, in un paese intero. È materia che attiene alla cultura di un popolo, alle abitudini sociali, alla coscienza collettiva, ma soprattutto alla coscienza del singolo individuo.

Nascere nel territorio prediletto della mafia, viverne le nefandezze fin dall’infanzia non è una scusa per turarsi le orecchie e chiudere occhi e bocca. Giuseppe Cimarosa è cugino di M.M.D., una parentela pesante, all’apparenza un destino segnato, una maledizione, e invece Giuseppe, sebbene spaventato da possibili vendette, sceglie come punto di riferimento Peppino Impastato, rinnega la mafia e addirittura spinge il padre, già condannato per associazione mafiosa, a collaborare con la giustizia. Dell’arresto eccellente dice: “la fine di un incubo”.

Sono i singoli individui a fare la differenza, Giuseppe ne è la dimostrazione. Fare appello alla propria coscienza, pensare con la propria testa, avere coraggio. Scegliere.


 

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