«La mia bimba ha lottato, tre medici no»
La mamma di Aidomaggiore racconta il calvario della piccola Isabel morta per una leucemia non diagnosticata
AIDOMAGGIORE. Il dolore composto è una lama tagliente che ferisce più di mille grida. Angela Maria è l’immagine della compostezza. Ha trent’anni e un figlio di nove. L’altra figlioletta, Isabel aveva due anni e mezzo. Lei, il marito Daniele e l’intero paese l’hanno seppellita una settimana fa. Isabel è morta per una leucemia linfoblastica acuta diagnosticata con indubbio ritardo. Indubbio: visto che in questa storia – ora di dolore – il dato incontrovertibile è che almeno tre medici, la specialista che sostituiva la pediatra di base, una pediatra dell’ospedale San Francesco di Nuoro e un otorino dello stesso ospedale, non hanno capito di avere a che fare con una malata terminale tre giorni prima che la bambina morisse. L’hanno vista il 28 aprile; Isabel è morta all’ospedale Microcitemico di Cagliari la sera del primo maggio. Dopo un tentativo disperato di salvarle la vita. Disperato, accanito: vano, perché tardivo.
La mamma. «Non intendiamo presentare una denuncia, ma vogliamo che quello che è successo a nostra figlia non si ripeta», dice Angela Maria. Nel salotto di casa della madre, con una zia e il fratello, stretta in un giubbottino nero e in una pacata disperazione, racconta quel che è stato e che si sarebbe potuto – forse – evitare. Se soltanto, ritengono, ci fossero stati controlli più accurati. E un semplice esame, un emocromo, che avrebbe forse rivelato cosa stava succedendo e che nessuno, in sette mesi, ha pensato di fare.
Il linfonodo. «Nel mese di settembre ho portato la bambina all’ospedale di Nuoro perché si era fatta male a una spalla. Dal pronto soccorso pediatrico ci hanno indirizzato dall’ortopedico che, visitandola, ha riscontrato un linfonodo ingrossato sul collo. Ci ha detto, fatela controllare, è di circa cinque centimetri». Al ritorno in Pediatria, i genitori segnalano l’anomalia. «La pediatra ci ha rassicurato, ci ha detto che forse era la conseguenza di un vaccino, fatto sei mesi prima. Io ho insistito, ma la pediatra mi ha anche detto: crede che se sospettassi una leucemia non le farei fare qualcosa? Proprio così». Questo linfonodo, che diventerà una costante nei giorni successivi, è il pensiero fisso di Angela. «Non ci hanno fatto fare nessun accertamento. Non ci hanno detto di controllarlo, rivalutarlo. Non hanno pensato a prescrivere un banale emocromo».
Benedetto il fruttolo. La vita, per la famiglia e per Isabel, sembra tornare tranquilla. Isabel sembra la solita: allegra, vivace. «Parlava benissimo, anche le preghierine diceva, l’Ave Maria, benedetto il fruttolo del seno tuo», e Gesù non si sarà offeso per essere stato trasformato in un formaggino alla frutta.
Marzo. A marzo, la svolta. «La bambina ha avuto un’influenza, che si è trascinata. Attorno a Pasqua la situazione non migliorava, aveva tosse, catarro striato di sangue, gli occhi gonfi, la lacrimuccia arancione. Ho avvisato la sua pediatra, che era fuori sede, e l’ha vista la sostituta. Le ha prescritto l’antibiotico, ma la bambina non migliorava. Sulle gambe, ho notato degli strani lividi». Segni compatibili con la leucemia; e comunque nessuno li valuta, perché «la bambina non la visitano», anche durante i controlli per l’influenza.
La congiuntivite. Isabel sta sempre peggio, ha mal di testa e mal di pancia, gli occhi gonfi. Angela decide di riportarla dalla pediatra. «Le ha controllato gli occhi, le orecchie, ma non è che l’abbia visitata; ci ha detto che era una congiuntivite ma ci ha invitato ad andare a Nuoro per un controllo».
Il San Francesco. Nuova corsa al San Francesco; «La pediatra non ha neanche fatto spogliare la bambina, non le ha controllato il pancino, nulla. Magari avrebbe visto i lividi, e notato l’ingrossamento della milza», racconta la mamma. Viene formulata una diagnosi di rinite e chiesta la consulenza dall’otorino. Che dice: rinite purulenta, otite catarrale bilaterale, iperemia congiuntivale. «Antibiotico per dieci giorni, senza sconti, ha raccomandato». E ha prescritto una visita allergologica.
Il verdetto. Gli sconti, Isabel, se li è fatta da sola. Dopo soli due giorni, i genitori corrono ancora al San Francesco dove, finalmente, una pediatra viene colta da un dubbio e ordina un emocromo. Il verdetto è terrificante: blasti nel sangue. La corsa al Microcitemico di Cagliari, che già sono le due di notte del primo maggio, serve a confermare una diagnosi che forse si sarebbe potuta fare prima. Magari disponendo un emocromo. «Omagari visitando davvero Isabel: non lo ha fatto nessuno, soltanto l’ultimo giorno, quando era troppo tardi», è la considerazione di questa mamma che si è trovata improvvisamente nel buio della notte, dentro un’ambulanza, a correre verso Cagliari con in braccio la figlioletta. «Non reagiva più. Arresa».
La fine. Isabel è morta poche ore più tardi, in Oncoematologia a Cagliari «medici veri guerrieri, hanno provato in tutti i modi a salvare il nostro angioletto, lo scriva per favore», dice la nonna Pietrina. Che aggiunge un appello all’assessore regionalealla Sanità, Luigi Arru, peraltro ematologo proprio al San Francesco: «Perché non sottoporre i bambini a uno screening per la ricerca di queste malattie e della predisposizione genetica? Forse si salverebbero tante vite».
Gli interrogativi. Il dolore di fronte alla morte di un figlio è un qualcosa di inenarrabile. Nessuno insegna a diventare genitori, men che meno ad affrontare la morte dei figli. Gli interrogativi che pone questa tragedia sono tanti e pesanti. Non si può affermare che una diagnosi tempestiva avrebbe salvato Isabel, ma allo stesso modo nessuno può dire il contrario. «Cosa dobbiamo pensare? Che nel nome del risparmio della spesa sanitaria non abbiano ritenuto di sottoporre Isabel a ulteriori accertamenti? Ma nessuno, nessuno ci ha detto niente, magari noi avremmo autonomamente deciso di farle fare altri controlli. Ma il fatto è che proprio non si sono accorti. Fino al 30 aprile». Ma era troppo, troppo tardi per tutto.
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