Sciopero della fame a scuola
Una docente aderisce alla protesta nazionale dei cosiddetti “Quota 96”
ORISTANO. Uno sciopero della fame per ribadire il proprio diritto a poter andare in pensione. Anche a Oristano, a partire da questa mattina, alcuni insegnanti manifesteranno così, facendo regolarmente lezione, ma astenendosi dal nutrirsi, per ottenere dal Governo un diritto che gli è stato negato.
Si tratta di insegnanti e personale Ata della scuola che, a seguito della riforma Fornero, pur avendo maturato il diritto di andare in pensione, devono rimanere in servizio. In tutta Italia sono ben 4mila a trovarsi in questa situazione che ha del paradossale, se solo si considera che per la maggior parte si tratta di ultrasessantenni che a lavorare nella scuola hanno trascorso gran parte della propria vita.
A Roma, mentre si discuterà della Legge di Stabilità, a partire da oggi e fino a venerdì, una delegazione dei “Q96”, codice terribile, mutuato dal “burocratese” che serve ad indicare questo piccolo esercito di lavoratori costretti a restare in servizio, terranno un presidio davanti al Senato, contemporaneamente, in tantissime scuole del territorio nazionale, ci saranno docenti e personale tecnico a far lo sciopero della fame.
Fra loro ci sarà anche la professoressa Carla Cossu, docente del liceo Classico De Castro, che ieri mattina, ha consegnato al dirigente scolastico e al Consiglio di istituto una nota per infornare della decisione di aderire ad una iniziativa che non ha precedenti, come del resto, non li ha in Italia una legge che impone a chi ha lavorato per più di 40 anni di non andare in pensione.
Molto probabilmente, all’annuncio dello sciopero della fame seguiranno, da parte degli organismi scolastici messaggi di solidarietà alla collega che rischia di dover rimanere al lavoro, magari, inserita nel cosiddetto “organico funzionale”, così come il Governo ha ipotizzato in alternativa all’andata in pensione. Una ipotesi che la professoressa Cossu non esita a definire «umiliante: ci toglieranno la titolarità della classe, mandandoci a fare i “tappabuchi” un po’ dappertutto. Una proposta assurda».
La soluzione, se sarà trovata, dovrà diventare legge al più presto. «Vogliamo andare in pensione dal 1° settembre 2015, ma per poterlo fare, ci devono dare la possibilità di presentare le domande entro il 15 gennaio prossimo», si legge in un comunicato dei lavoratori che in servizio ci sono rimasti «ben tre anni oltre i limiti previsti dalla normativa».
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