L’oro di Cabras che pochi raccolgono
Il Sinis è l’emblema delle potenzialità enormi del territorio, che però sono sfruttate ancora in minima parte
CABRAS. Trenta chilometri di coste, di cui venticinque di spiagge. E se l’oro di Cabras, più ancora che la bottarga, fosse proprio questo mare incontaminato? Talmente incontaminato da somigliare a un tesoro nascosto in una caverna, solo che non ci sono cercatori a ritrovare lo scrigno né geni che escono dalla lampada ad esaudire desideri. C’è invece l’invasione disordinata e spesso predatrice delle spiagge durante due mesi d’estate, fatta più da vacanzieri locali che da turisti.
Già, turismo. Parola che evoca sogni mai realizzati come le tante incompiute di un territorio pieno di gioielli, ma che ancora non riesce a valorizzarli. E così tra quei sogni alcuni sembrano definitivamente finiti in un cassetto chiuso a chiave, come quello del tanto sbandierato investimento nei terreni di Su Bardoni a qualche centinaio di metri dalla spiaggia di Is Aruttas. Sempre lei che torna, ma non vedrà sceicchi, americani o italiani a lanciarla nell’olimpo del mondo delle vacanze. E così l’intero territorio resta legato, per quanto riguarda l’ospitalità, ad alcuni alberghi in paese o in campagna o a una serie di agriturismi e B&b, con un numero di posti letto comunque limitato.
Il problema è che, nella stagione del turismo 2.0, una parte di quei posti letto restano vuoti persino durante l’alta stagione. Del resto, come un po’ per tutta la costa oristanese, l’arretramento dei servizi si fa notare. Un esempio? Senza scomodare posti letto con vista mare, in un paese che guarda alle coste e all’ambiente come risorsa, esiste il paradosso di un’unica pista ciclabile lunga la bellezza di un chilometro e che va da Cabras alla frazione di Solanas. In direzione opposta a quella delle spiagge.
Il guaio è che al pari di troppe località dell’Oristanese, le spiagge incontaminate non bastano più, né può accontentare il turista una casa affittata in nero a prezzo da albergo nel deserto di San Giovanni di Sinis, dove le fogne, prennemente finanziate con soldi mai acchiappati, non sono mai arrivate; dove l’illuminazione pubblica rimane un altro sogno; dove l’asfalto è materiale sconosciuto. Così la passeggiata sul lungomare che porta a Tharros resta vuota anche nelle notti preferragostane, al lume dei lampioni di cui la salsedine non ha compromesso la vitalità delle lampadine.
Con San Giovanni che si spegne – in dieci anni non si è riusciti a completare i lavori sul primo tratto di lungomare lasciati – nonostante le fatiche del comitato che prova a rianimarla, non è che le altre località brillino di luce propria, anche perché attorno c’è il deserto. Basti pensare che per raggiungere la costa dal capoluogo bisogna avere un’auto propria. Le corse dei pullman funzionano per venti giorni e solo per Is Aruttas e la stessa San Giovanni. E anche chi arriva in barca ha le sue belle difficoltà a trovare un luogo dove ormeggiare. I moli sono due, gestiti da privati e quasi sempre già occupati dai locali. Per chi la barca non ce l’ha, resta il bellissimo e salatissimo mare. Costa otto euro al giorno il parcheggio, meglio chiamarla sosta in uno spazio non meglio precisato ma a pagamento, in quasi tutte le spiagge. Il Comune ha lasciato alcuni spazi liberi, ma la gran parte dei chilometri di costa è sotto gli occhi vigili degli addetti al servizio. Per contro, quei soldi che vengono incassati, sembra che non vengano spesi per fornire servizi. Quattro docce tra Is Aruttas e Mai Moni, qualche bagno chimico maleodorante e basta. E in mezzo, sparse a macchia di leopardo, ci sono le strutture pubbliche come il misterioso ostello di Funtana Meiga, che funziona a singhiozzo o i centri dell’Area Marina Protetta come quello di Seu, sprangato e abbandonato da tempo a far compagnia alla torre costiera che domina quel mare dal quale non arrivano più le invasioni. Nemmeno quelle dei turisti.
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