La Nuova Sardegna

Oristano

Il prestito non saldato? La banca si rivolge ai vicini

di Michela Cuccu
Il prestito non saldato? La banca si rivolge ai vicini

Disavventura di una coppia della provincia con un istituto troppo invadente Dal legale della famiglia querela per estorsione e violazione del segreto bancario

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ORISTANO. «Mio marito ha perso il lavoro, e non siamo stati in grado di pagare le rate del prestito. Da quel momento la banca ha iniziato a perseguitarci. Un giorno telefonavano a me, l'altro persino a mia madre, ma quando abbiamo scoperto che avevano chiamato i vicini di casa per sollecitarci il pagamento delle rate, non ci ho visto più e mi sono rivolta ad un avvocato. Dopo il suo intervento, la banca ha finalmente smesso di vessarci».

Ha dell'incredibile la vicenda di Mara, se non altro perché il segreto bancario dovrebbe essere una delle poche certezze per ciascun cittadino. Invece la storia è verissima, confermata dalla lettera che il suo avvocato oristanese ha inviato ad un istituto di credito nazionale.

Lettera di diffida, con l'annuncio di una querela per tentata estorsione, stalking, violazione della privacy, ma anche la segnalazione all'Abi per violazione del segreto bancario.

«Non avrei mai immaginato che questo potesse accadere, pensavo che l’Istituto si fermasse alle telefonate a mio marito e all'invio di lettere di solleciti, ma non che arrivasse a farlo sapere, praticamente, a tutto il paese».

La vicenda inizia qualche anno fa, quando, il marito di Mara chiede un prestito di 40mila euro per l'acquisto di un mezzo da lavoro, con pagamenti per due anni con “mini rate” da 400 euro e le successive da 800 ciascuna.

«Arriva la crisi che investe come un tifone anche il settore di cui si occupava mio marito, che finisce disoccupato. A questo punto decidiamo di sospendere i pagamenti e invece, inizia la lunga sequenza di telefonate - racconta - fin da subito ho sospettato che qualcosa non quadrasse».

Sospetti che, nel giro di poco tempo, davanti a un’insistenza sempre crescente, somno diventati certezze. «Non capivo per quale motivo cercassero me e i miei genitori, nonostante fossimo in regime di separazione dei beni. Tuttavia, accettavo, quasi sentendomi in colpa perché non potevamo pagare».

La diffida non è stato l'unico passo. «Quando mio marito ha ripreso a lavorare, abbiamo deciso di rifinanziare il debito, così da riprendere i pagamenti. Salvo scoprire che nonostante avessimo pagato la metà del debito iniziale, la banca pretendeva oltre 36milaeuro. Ci è sembrato troppo, così siamo andati allo sportello antiusura dell'Appc».

La verifica tecnica e la perizia affidata all'associazione, avrebbe rivelato l’usura all'origine. «Abbiamo presentato una querela, attendiamo di essere chiamati dal magistrato - dice Mara - nel frattempo la banca ha ceduto il nostro debito ad una società di recupero crediti. Ci hanno cercato, abbiamo dato il numero di telefono dell'avvocato, ma non lo hanno mai chiamato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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