Nuova agricoltura e antichi business: carciofo da rilanciare
La crisi di un prodotto che un tempo era ad “alta redditività” Le speranze dello “spinoso sardo” legate al nuovo Psr
SIAMAGGIORE. L’allarme lo ha lanciato, in mezzo a un paio d’ore buone di interventi e relazioni, l’amministratore della principale azienda produttrice di carciofi, Sa Marigosa: «Noi stiamo abbandonando lo spinoso sardo - ha detto Paolo Mele -. Forse la politica per prima non ha creduto in questo prodotto. Noi ne coltiviamo altre sei varietà, più remunerative».
Una dichiarazione di resa definitiva? Forse no. Dal convegno organizzato dal Comune di Siamaggiore nell’ambito della Sagra del carciofo sono arrivati segnali preoccupanti per il settore dell’ortofrutta, ma anche qualche speranza per il futuro.
Nella sede di Laore a Pardu Nou, quasi un luogo simbolico, nel mezzo della piana del Triso, in una struttura dell’azienda regionale per l’agricoltura, si è discusso a lungo delle prospettive della coltivazione del carciofo e dei benefici che potrebbero arrivare per il settore, e più in generale per tutta l’agricoltura sarda, dal nuovo Piano di sviluppo rurale.
A fare gli onori di casa il sindaco Anita Pili, che ha riportato al centro della Sagra del Carciofo, giunta alla 24esima edizione, il momento di studio e di approfondimento. Non solo degustazioni e momenti di svago, ma anche occasioni di riflessione su ciò che sta attorno alla produzione agricola.
La situazione attuale non induce all’ottimismo: scarsa redditività, costi di produzione sempre più alti, marginalità della partecipazione al consorzio Dop, limiti dell’insularità, concorrenza di altre produzioni, eccessivo ricorso a prodotti chimici, innovazione carente, scarsa propensione dei produttori ad associarsi. Con queste premesse ipotizzare un futuro roseo, un ritorno a quel passato evocato dal componente la commissione regionale Agricoltura, Mario Tendas, in cui produrre carciofi era attività redditizia.
È possibile tornare a quell’Eldorado? Il terreno coltivato a carciofi varia dai 10 ai 12 mila ettari, come ha spiegato Gianni Ibba, direttore regionale di Argea. In Sardegna la produzione è stata abbastanza costante nell’ultimo decennio: un milioni di “capolini” all’anno di media. «Abbiamo ottenuto il marchio Dop - ha detto Ibba - ma vi aderisce soltanto il 3 per cento dei produttori. Abbiamo appena 10 organizzazioni di produttori che rappresentano il 18 per cento della produzione regionale di carciofo. È un classico prodotto da esportazione, ma non riusciamo a proporlo ai mercati in maniera organizzata. Altri lo fanno meglio di noi, infatti lo spinoso sardo è spesso prodotto in Egitto».
I produttori si difendono: «La Dop? Comporta controlli e costi in più, ma non porta a un reddito maggiore - ha detto ancora Paolo Mele di Sa Marigosa -. Nel Sinis non c’è elettrificazione, l’acqua la pompiamo dai pozzi con motori a gasolio. Come possiamo essere competitivi?».
Le speranze sono riposte nel Piano di sviluppo rurale, i cui bandi sono in fase di preparazione. L’assessore Elisabetta Falchi ha promesso interventi più semplici e rapidi, ma ha chiesto anche ai produttori di fare la propria parte.
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