Una festa che muta restando sé stessa
La tradizione si perpetua e si adegua al cambiare dei tempi Rimane intatto il fascino dei gesti, dei colori e dei suoni
ORISTANO. Il “racconto” della Sartiglia, in un’epoca in cui telecamere e microfoni sono ovunque, dove tutto è mostrato e condiviso quasi in tempo reale, è ancora possibile, utile e attuale? Ci si prova ancora, utilizzando quell’obsoleto eppure affascinante mezzo di trasmissione delle informazioni e delle idee che è la carta. Perché ancora oggi, dipendenti dai gigabyte, andiamo a ripercorrere gli anni che furono con vecchi ritagli di giornale, foto ingiallite. Ricordi. Di una Sartiglia che era, che in parte è sempre e in parte non più.
Il turista, sfiorando appena questo angolo di Sardegna, forse non noterà differenze. E differenze non ci sono anche nella passione che tanti oristanesi dedicano alla loro festa più importante, a un rito collettivo che dura un anno e non un carnevale. Di certo qualcosa è cambiato e lo si nota anche solo volgendo lo sguardo ad appena 20 o 30 anni fa. A quando la piazza Cattedrale era diversa, con il terrapieno con le ringhiere in ferro dietro cui ci si assiepava ore prima del passaggio dei cavalieri, per avere una visuale favorevole sul percorso della corsa alla stella.
Erano diversi i cavalli, o forse ci sembrava: meno alti, meno lucidi, meno veloci. Erano diverse le bardature e i costumi: meno ricercate, meno spettacolari, meno “telegeniche”. Era diverso il pubblico: più “locale” e quindi più addentro “alle segrete cose” della Sartiglia, meno turistico.
La Sartiglia, insomma, è cresciuta. Ripensare alle prime dirette televisive fa quasi tenerezza. Le immagini tremolanti e a bassa definizione segnarono però l’ingresso della corsa in una nuova epoca. Vennero l’abbinamento con la lotteria nazionale, le trasmissioni via satellite, i grandi commentatori dell’ippica e dell’equitazione nazionale chiamati a dare la propria voce per la narrazione. Poi è arrivato internet e ancora una volta molto è cambiato. Restando però, gattopardescamente, immutato.
Forse la giostra del carnevale oristanese ha contratto il virus del gigantismo: d’altronde li chiamano “grandi eventi” non a caso. Finanziamenti importanti e sguardo puntato verso un’espansione anche in prospettiva turistica. I Gremi relegati nel loro “recinto” di scelta del capocorsa e poco altro. Certo, una manifestazione complessa, che muove centinaia di migliaia di euro e decine di migliaia di persone, ha bisogno di una struttura organizzativa professionale e collaudata. E forse la nostalgia di “quanto eravamo semplici e genuini” è fuori moda, fuori posto e fuori tempo. Ecco perché la memoria è importante. Anche quando rivive attraverso un foglio di giornale, una foto, un filmato in Supre8. Ci ricorda come eravamo e come erano gli amici, la città, i luoghi e le persone. I vestiti e le pettinature. Le auto e le moto. Come erano le feste e le tradizioni. Per rendersi conto di una realtà di fondo: non erano né meglio né peggio. Erano semplicemente un po’ diverse, come lo eravamo noi. Ogni Sartiglia, come ogni anno, ogni giorno, va vissuta con curiosità e stupore. Con l’augurio di sempre: “Attrus annus mellus”.
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