Le cicatrici nell’anima delle vittime della guerra

Giornata della Memoria, le storie di Diego Are e Giovanni Battista Orro Episodi di generosità, racconti di sofferenza e di un dolore mai sopito

ORISTANO. Sono d’oro e non a caso si chiamano d’Onore, le due Medaglie che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha conferito ai due internati militari Diego Are di Santu Lussurgiu e Giovanni Battista Orro di San Vero Milis. Onorificenze postume, consegnate sabato sera, in occasione della Giornata internazionale della Memoria delle vittime del nazifascismo, dal Prefetto, Giuseppe Guetta, nelle mani dei nipoti, di coloro che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutandosi di passare all’esercito occupante tedesco, onorarono il giuramento di fedeltà all’Italia e per questo furono fatti prigionieri e internati e costretti ai lavori forzati nei lager in Germania e Polonia.

Una serata in cui i ricordi dei familiari hanno riportato il dramma delle prigionia e le cicatrici lasciate dalle ferite patite dall’anima.

È solo da pochi anni che si parla della tragedia degli oltre 850mila internati militari italiani, formula adottata dalla Germania come rappresaglia verso il Regno d’Italia che considerava traditore per aver firmato la resa incondizionata con agli Alleati. Il Reich aveva deciso di negare ai militari rimasti fedeli al regno lo status di prigionieri di guerra, in modo da non dover concedere le garanzie delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja. Solo il 60 per cento degli oltre 12mila internati militari sardi che scelsero quella che la storica Marina Moncelsi ha definito «la Resistenza senza armi», riuscì, al termine della guerra, a ritornare vivo a casa. Fra i superstiti appunto le due Medaglie d’Oro. Due vicende personali molto diverse fra loro, che si sono intrecciate più volte: il fronte, la deportazione, il rientro a casa e l’ultima volta, sabato, con la consegna delle onorificenze ai nipoti.

Diego Are era un uomo di cultura. Organizzò incontri e conferenze nei campi con i compagni di prigionia (fra i più illustri, lo scrittore Giovannino Guareschi) era stato fatto prigioniero a Rodi e deportato prima in Polonia e poi in Germania. «Mio zio era un uomo generoso – ha raccontato Serafina Are, la nipote – durante la prigionia, incontrò un compaesano, Nardo Mangano. Mio zio cedeva una parte della sua già magra razione di cibo al compagno di sventura. Gli diceva “mangia che tua mamma ha soltanto te e invece a casa noi siamo in tanti”. Non sapeva che nel frattempo, suo fratello, mio padre, era venuto a mancare».

Dopo la liberazione Diego are trova la forza di rincominciare: diventa sindaco del suo paese, fonda il liceo linguisitico “Carta-Meloni”, non dimenticherà mai la guerra e la racconterà nei suoi libri.

Giovanni Battista Orro, è stato più sfortunato. Catturato a Durazzo il 10 settembre del 1943 sarà deportato con i commilitoni in Baviera. Verrà liberato a maggio del 1945 dalle truppe statunitensi ma tornato a casa, non sarà più lui. I patimenti, le privazioni e le umiliazioni subite ebbero conseguenze irrimediabili.

«Quando rientrò era irriconoscibile: era pelle e ossa e la mente era andata», ha raccontato il nipote, Franco, che presentando la domanda al Presidente della Repubblica ha ottenuto il riscatto per suo zio « venne ricoverato all’ospedale psichiatrico di Villa Clara, a Cagliari, dove morì nel 1994, a 75 anni di età dopo averne trascorsi quasi 50 senza mai riprendersi».

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