Privacy non protetta partono le ispezioni delle Fiamme gialle

La guardia di finanza in azione dopo l’accordo col Garante Le prime verifiche sono sui sistemi informatici delle Assl 

ORISTANO. Quello di Facebook con Cambridge Analytica è solo il caso più eclatante. La privacy o meglio la protezione dei dati personali ormai è affare che riguarda tutti molto da vicino. Da gennaio infatti la Guardia di finanza ha dato seguito all’accordo firmato con il Garante per la protezione dei dati personali e così ha iniziato le verifiche sui sistemi di protezione informatica dei dati personali contenute nei database degli enti pubblici o di privati.

Per partire è stata scelta l’Azienda per la Tutela della salute con ispezioni ai sistemi informatici delle Assl. Le verifiche nulla hanno a che fare con inchieste di tipo penale, bensì mirano a valutare se ci siano delle falle nella gestione dei sistemi in cui sono immagazzinati i dati personali. E di elenchi da cui pescare nell’Assl ve ne sono parecchi.

La vera novità nel campo della privacy è che dal 25 maggio entra in vigore il nuovo regolamento europeo che modifica in senso restrittivo la vecchia normativa. Erano stati concessi due anni affinché i sistemi informatici venissero adeguati, ma a quanto pare non tutti si faranno trovare pronti alla scadenza. Il timore di falle è altissimo e le falle vengono punite con multe pesantissime che possono arrivare sino a 20 milioni.

Considerato il volume di dati che trattano molti enti o anche i privati, il rischio di sanzioni è altissimo e per questo sono già squillati, assieme ai primi campanelli d’allarme, anche i telefoni di avvocati, come quello di Caterina Cabiddu, associata Federprivacy e membro della rete DPA Network: «La situazione è difficile proprio perché non c’è stata la volontà di prender contezza della nuova normativa e ci si trova ora a dover far fronte all’adeguamento in stato di quasi emergenza. In primis bisogna esser pronti per il programma ispettivo del Garante della Privacy che ha disposto controlli prioritari nell’ambito dei trattamenti di dati sanitari effettuati dalle Assl, ma ne sono stati preannunciati anche presso professionisti e aziende private».

I motivi del ritardo nell’adeguamento sono difficilmente spiegabili. «La prima è sicuramente quella di una scarsa conoscenza delle norme e delle relative pesanti sanzioni – prosegue l’avvocatessa Caterina Cabiddu –. Inoltre, non è ancora passato il messaggio che il dato ha un suo valore economico e sempre più diventerà un bene di scambio, che potrà anche aiutare le imprese a sviluppare le proprie attività. Già oggi un profilo completo di account Google, Amazon, Apple, può valere oltre mille euro». Bollata come falsa la notizia di una proroga di sei mesi per l’adeguamento dei sistemi di protezione dati, arriva il momento in cui enti pubblici e aziende si devono mettere al passo coi tempi e dotarsi di sistemi adeguati. Sarà sempre meglio che pagare multe. Salate, salatissime.

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