Monache a Oristano, secoli di storia
di Davide Pinna
Convegno del Rotary nella città che mantiene il monastero e la chiesa di S. Chiara
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ORISTANO. L'importante ruolo del monachesimo femminile a Oristano, soprattutto nell'epoca giudicale, è indiscutibile. Non è un caso che tra le testimonianze più importanti di quel periodo vi siano il monastero e la chiesa di Santa Chiara. Una testimonianza viva, perché monastero e chiesa sono ancora attive e al suo interno si conservano preziosi elementi di quell'epoca, come il sigillo giudicale decorato con lo stemma della famiglia regnante, i Bas Serra. L'argomento, in un'ottica riguardante tutta la Sardegna, è stato approfondito venerdì sera in un convegno organizzato dal Rotary Club e inserito nel cartellone culturale di “Oristanottobreventi”. A introdurre i lavori Silvia Oppo, presidentessa del distretto oristanese e direttrice del Museo diocesano, mentre la relazione scientifica è stata svolta da Rossana Martorelli, presidentessa del corso di Studi umanistici dell'Università di Cagliari e docente di Archeologia cristiana. Fra il pubblico anche l'arcivescovo Ignazio Sanna. La lezione della professoressa Martorelli è stata una marcia a ritroso nel tempo, dalla rifondazione di Santa Chiara ad opera della giudicessa Costanza di Saluzzo a metà del 1300, fino agli albori del monachesimo femminile nel VI e VII secolo dopo Cristo. Tante le curiosità inaspettate raccontate dall'archeologa, come la scoperta nelle tombe del monastero di Santa Chiara di Cagliari, di asole e bottoni uguali a quelli ancora impiegati nell'abito tradizionale sardo che, dunque, iniziò già nel Medioevo a stabilizzarsi nella forma che conosciamo oggi. Le vicende del monachesimo femminile, sono legate all'evoluzione della condizione delle donne. Dopo una prima epoca di libertà maggiore, in cui molte donne dell'aristocrazia trasformano le loro case in monasteri domestici, il controllo si fa più stretto. Il papa Gregorio Magno, che ha lasciato migliaia di pagine di suo pugno, rimproverava a cavallo tra il VI e VII secolo l'arcivescovo cagliaritano Gianuario, accusandolo di lasciare alle monache le incombenze della vita quotidiana, che dovevano piuttosto essere svolte da un chierico di comprovata onestà, per evitare situazioni incresciose e tentazioni. Sorsero così dei muri, recinti sacri che chiudevano all'esterno queste case trasformate in monasteri, e prese piede il costume della clausura che poi diventerà la norma nel Medioevo e ancora di più durante la Controriforma. Ma ciò non impedì alle badesse, ossia le donne che guidavano i conventi e che provenivano quasi sempre da famiglie aristocratiche, di ricavarsi in qualche caso spazi di autonomia e di grande influenza politica.
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