La Nuova Sardegna

Oristano

Delitto del lago, la madre sulla tomba di Manuel Careddu

di Enrico Carta
Delitto del lago, la madre sulla tomba di Manuel Careddu

Ha portato un vaso di ciclamini bianchi. Nel luogo della prima sepoltura del figlio anche dei crisantemi

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INVIATO A GHILARZA. Sotto la quercia i crisantemi fucsia colorano l’ombra. I segni del passaggio di una pala meccanica hanno cancellato la buca che era stata la prima tomba di Manuel Careddu. Di pomeriggio un vasetto di ciclamini bianchi riempie di una parvenza di vita quell’angolo di terra, diventata tomba e testimonianza dell’orrore. Li porta Fabiola Balardi, la madre del ragazzo di Macomer ucciso l’11 settembre sulle rive del lago Omodeo. E il primo fiore? Non sa chi l’abbia messo, chi abbia avuto il pensiero per Manuel.

Può essere stato chiunque perché di pensieri, in questi giorni, Ghilarza ne ha avuti tanti. È dal 10 ottobre, giorno degli arresti di Christian Fodde, Riccardo Carta, Matteo Satta, C.N. e G.C. che il delitto del lago aleggia sulla comunità. Padre Paolo Contini, il sacerdote che dal 9 settembre guida la parrocchia, si è trovato catapultato dentro la storia che l’ha messo di fronte a tanti aspetti che Ghilarza aveva quasi tenuto nascosti, un po’ come la polvere sotto il tappeto. All’improvviso i problemi di droga, devianza giovanile, educazione, istruzione e moralità sono deflagrati in tutta la loro potenza.

«La comunità è molto scossa – esordisce Padre Paolo –. È una cosa molto più grande di quelle a cui la gente di qui era abituata. Sono tutti ragazzi, vivevano la comunità, i ritrovi, la scuola. E allora ci si chiede: quanto conosciamo i ragazzi che ci sono a fianco? Ma c’è anche timore perché quanto accaduto pesa inevitabilmente sul futuro e sui rapporti tra la comunità ghilarzese e quella di Macomer. Dobbiamo disinnescare qualsiasi processo di ulteriore violenza con gli incontri e con la parola».

E poi, oltre che guardare alla concordia con l’altra realtà, c’è da frugare dentro se stessi per capire quanto la droga abbia influito. «È un problema che riguarda diversi paesi e mi pare che sia stato derubricato molto frettolosamente in passato. Chi si accorge tardi di quanto i ragazzi siano coinvolti sono proprio le persone che stanno loro più vicine. Tutta la vicenda è figlia di un contesto che ha le sue radici nel mondo della droga. Il paese non ha un problema di disgregazione tra vecchie e nuove generazioni, il vero problema è che un piccolo gruppo di persone si è staccato dal resto della comunità. Il male entra anche quando un piccolo gruppo si isola e crea un mondo parallelo quasi impermeabile. Infatti, oltre che chiedersi come sia stato possibile organizzare un omicidio del genere, tanti ragazzi sono lì a domandarsi come sia stato possibile vedere i loro coetanei tranquillamente seduti tra i banchi di scuola o al bar a guardare una partita sino al giorno prima del loro arresto».

Più che di banalità del male sembra di essere all’interno di una tragedia dell’assurdo in cui «la cosa più facile è dare la colpa alle famiglie, ma vi assicuro che mai avrebbero pensato di trovarsi all’interno di un simile dramma – prosegue Padre Paolo –. Sono a loro volta persone devastate. Chi è il genitore preparato a una simile cosa. Penso che sia addirittura peggio che dover affrontare il dramma della morte di un figlio. Quel dolore trova conforto e vicinanza, ma questo?».

Poi la polemica con Pino Tilocca, il preside del liceo classico di Oristano che aveva detto in un’intervista che la repressione è il modo sbagliato per affrontare il problema della droga nel mondo giovanile: «Leggo di presidi che dicono che non vogliono le unità cinofile all’ingresso di scuola perché la repressione non serve. E allora cosa facciamo? Lasciamo entrare la droga a scuola colpendo così i ragazzi più deboli o problematici?».

Poi l’appello al paese che è anche una risposta a qualche commento apparso sulla stampa: «Cos’è questa differenza che si tende a fare tra omicidi di muretto a secco e omicidi di altro tipo? Un morto ammazzato resta tale in qualsiasi occasione ed è per questo che invito tutti a parlare, perché non c’è cosa peggiore di avere una vittima senza conoscere il nome dell’assassino. Di episodi violenti in questi ultimi anni ce ne sono stati parecchi e non c’è solo il delitto di Manuel. Ghilarza si affranchi anche da episodi del passato».

Quel passato che già emerge tra i ragazzi oggi in carcere, «ma non si confonda l’espiazione della pena di giustizia con il pentimento. Io sono il parroco di questi ragazzi e sono qui per aiutarli, ma il pentimento è un percorso lungo. Per dimostrare che hanno iniziato a prendere quella direzione non si preoccupino del processo, capiscano invece che l’unica necessità è quella di dire la verità». Il resto sono scorciatoie che regalano un futuro magari fuori dalle sbarre materiali del carcere, lasciando chiuse quelle della coscienza.

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