La Nuova Sardegna

Oristano

Vite in Lombardia col cuore in Sardegna

Vite in Lombardia col cuore in Sardegna

Alcuni oristanesi raccontano la loro esperienza in queste settimane Le difficoltà del lavoro e dell’isolamento, la speranza che presto finirà tutto

3 MINUTI DI LETTURA





ORISTANO. Lontani da casa fisicamente, vicini col cuore. La morsa delle restrizioni si sta forse per allentare, intanto i giorni sul calendario passano in mezzo a storie da raccontare, come quelle di alcuni oristanesi che vedono coi loro occhi e sentono con la loro anima cosa voglia dire vivere in questo momento in Lombardia. C’è chi lavora, chi si ritrova a casa da solo, chi divide il suo tempo tra studio e lavoro e aspetta che finisca tutto. Alessandra Marchello, psichiatra di trent’anni, lavora al Policlinico a Milano.

Non è molto lontana dai suoi colleghi impegnati in prima linea nella battaglia sanitaria. «Poetr continuare a lavorare è una gran cosa. La mia vita non è cambiata di molto almeno nella routine – racconta –. Non ho mai smesso di andare in ospedale e questo mi ha aiutato. Se mi guardo dietro, mi rendo conto che dal primo momento però ci siamo accorti del pericolo a cui andavamo incontro, però è diventato concreto nel momento in cui all’improvviso è stato chiuso tutto». È allora che si è percepito che l’emergenza era in ogni angolo della città «e questo in ospedale si respira ancora di più. Ora rispetto all’inizio qualcosa si muove, ma è stato duro vedere le code ai supermercati o le liti per conquistare l’ultimo pacco di farina o gli scaffali vuoti come mai ci si sarebbe aspettato».

In mezzo alla tormenta, la vita con il compagno Obler Luperi, anch’egli oristanese, è stato il vero punto di forza. Ma c’è chi queste settimane le ha trascorse con se stesso. È il caso di Andrea Rosas, interior designer e progettista di arredamento, oggi in cassa integrazione: «Nel primo periodo abbiamo continuato ad andare al lavoro, però la situazione non era sostenibile. Ho lavorato anche a distanza da casa, poi la scelta dell’azienda è stata inevitabile». Così è venuto a mancare anche un importante punto di riferimento e di distrazione come il lavoro. «Vivo in 37 metri quadri – racconta –. La mia vita è in questi spazi da tante settimane e l’unico svago è il disegno artistico, una passione che ho ripreso a coltivare. Il fisico ha risentito molto del periodo di isolamento. Ho anche pensato di tornare in Sardegna, ma rischiavo di non essere pronti nel momento per il momento in cui si rientrerà al lavoro, che ora resta la preoccupazione maggiore».

E chissà se questa fine è davvero vicina, si chiede Giacomo Ciusa, che coi suoi 21 anni è alle prese con lo studio a Pavia in Economia e management e le prime esperienze lavorative. «Ci sono timidi segnali di ripartenza, ma i numeri dei contagi sono ancora alti. Voglio però essere fiducioso – dice, mentre ricorda i primi giorni da solo in casa –. Non è stato semplice, mi hanno aiutato il lavoro e lo studio. Poi ci si abitua o forse si sopporta perché nei week end o durante le vacanze il tempo scorre lento. Ora, quando esco per fare la spesa, mi accorgo che ci sono più persone in giro e che le code al market sono finite. Anche in centro si trova qualcuno che fa due passi, spero sia il segnale di ripresa della normalità». E quando arriverà il primo pensiero per tutti e tre sarà quello di salire in aereo e tornare per qualche giorno a casa. (e.carta)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative