La casa come una prigione: condannato

Quattro anni all’uomo che segregò la moglie e il figlio disabile costringendoli a vivere senza avere contatti con l’esterno

ORISTANO. Lontano da tutti e da tutto. Niente luce, niente acqua, niente riscaldamento. Isolati e soli per anni, mentre quattro sono quelli che dovrà scontare il marito della donna e padre del ragazzino, entrambi vittime dei maltrattamenti iniziati quando la famiglia si era trasferita in Sardegna. La decisione è della giudice Elisa Marras, che ha anche aggiunto alla condanna il pagamento di una provvisionale di 5mila euro quale parziale risarcimento del danno. La sentenza arriva al termine di un processo che nasce quasi per caso in uno dei pochissimi momenti in cui la donna riesce a trovare il modo di denunciare quel che avveniva tra le mura domestiche.

I tre vivevano in una casa in campagna, alla periferia di un paese della Marmilla e sino a quel giorno la donna mai aveva potuto comunicare con l’esterno. Quando era sola non poteva lasciare l’abitazione perché il figlio aveva bisogno di assistenza continua. Quando il marito era presente, non le consentiva di parlare con altre persone. Il telefono in casa non c’era e l’uso del cellulare le era proibito. Era una sorta di prigione da cui riuscì a uscire un giorno grazie a una telefonata perché il cellulare fu dimenticato in casa dal consorte. La chiamata al Comune spalancò le porte di quella prigione, perché da quel momento in poi anche il centro antiviolenza Donna Eleonora di Oristano riuscì a intervenire grazie alla collaborazione coi servizi sociali del paese.

Finirono allora gli arresti domiciliari dal marito alla donna e a suo figlio. La madre e il bambino furono portato via fingendo che ci fosse la necessità di un urgente intervento medico. Nel frattempo, come ha ricostruito il pubblico ministero Daniela Caddeo nella requisitoria, al bambino era stato impedito qualsiasi contatto col resto del mondo: niente scuola, niente giochi. Il padre era riuscito sempre a cancellare le perplessità degli altri adducendo motivi di salute sia del figlio che della moglie. Interventi mai eseguiti, malattie mai sofferte: ogni scusa era valida per evitare che la vicenda venisse alla luce, sino al momento della telefonata.

L’imputato difeso dall’avvocatessa Maria Giuseppa Scanu ha sempre negato che tutto ciò sia accaduto, ma le testimonianze – tra queste anche quella della vittima che si è costituita parte civile assistita dall’avvocato Roberto Martani – sono state più forti della sua sino ad arrivare alla condanna che gli costerà anche il risarcimento dei danni che verrà stabilito nella causa civile.

Quella casa in campagna diventata una prigione ora è un brutto ricordo. Nuove mura accolgono la madre e il figlio che ora, pur con tutte le difficoltà dovute alla sua grave disabilità, ha una vita. Vera.

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