Prostituzione, 7 anni a Don Usai

L’ex responsabile del centro per detenuti Il Samaritano era imputato di favoreggiamento

ARBOREA. Sette anni di condanna appena incassati, una smorfia di disappunto e poi qualche lacrima. Cerca conforto, ma non lo trova nella giustizia di questo mondo perché da ieri Don Giovanni Usai è colpevole di favoreggiamento della prostituzione. È solo la sentenza di primo grado quella che inchioda l’ex responsabile del centro Il Samaritano di Arborea, che ospitava detenuti in regime di pena alternativo al carcere, ma ha il suo peso al di là delle stizzite recriminazioni che a fine udienza farà la difesa. Pesa perché non solo l’impianto accusatorio ha convinto i giudici, ma perché addirittura, nel calcolo della pena, il collegio del tribunale presieduto da Carla Altieri – giudici a latere Elisa Marras e Francesco Mameli –, è andato oltre le richieste del pubblico ministero Marco De Crescenzo, che invece aveva concluso la sua requisitoria sollecitando la pena di sei anni. Passano così quasi inosservata l’assoluzione per violenza sessuale nei confronti dello stesso Don Usai e l’assoluzione per prescrizione del cittadino nigeriano Alphonsus Eze, difeso dall’avvocato Carlo Figus, sempre per abuso sessuale nei confronti di una delle ospiti della comunità che si era costituita parte civile assistita dall’avvocatessa Francesca Ferrai.

La storia dell’inchiesta. Del resto era scontato che tutti i riflettori fossero puntati su Don Giovanni Usai, oggi 77enne. La detenzione domiciliare per favoreggiamento della prostituzione, arrivata al termine dell’indagine portata avanti dal pubblico ministero Diana Lecca, aveva richiamato quasi per intero su di lui l’attenzione. Sono passati dieci anni da allora e il processo è andato avanti molto a singhiozzo con cambi ripetuti di giudici e di un pubblico ministero e arrestandosi per un grave incidente d’auto capitato proprio a Don Usai. Alla fine però la sentenza è arrivata. È stata letta poco prima di mezzogiorno di ieri e ha cancellato ogni ipotesi di assoluzione per il sacerdote. A inchiodarlo – ma questo lo diranno in maniera più precisa le motivazioni che arriveranno tra novanta giorni – ci sono le intercettazioni, ci sono le testimonianze e ci sono lunghi mesi di controlli e appostamenti da parte dei carabinieri a cui la procura affidò l’inchiesta.

La ricostruzione dell’accusa. Il Samaritano per il pubblico ministero Marco De Crescenzo «Era un porto di mare, dove arrivano persone per le ragazze che, senza effettuare il riconoscimento, le ospitano direttamente in camera loro». Il dialogo è ripreso direttamente da una delle varie testimonianze che hanno dato vigore all’accusa che, nella requisitoria, aveva messo in fila una serie di dialoghi intercettati da cui si evinceva che quello che doveva essere un luogo di espiazione della pena era stato trasformato in una sorta di albergo dalle porte troppo girevoli. Nei dialoghi e nelle testimonianze si parlava di alcol, di festini molto allegri con passaggi di droga, di ragazze che accoglievano altre persone nelle proprie stanze e persino di prestazioni sessuali a pagamento. Era stato lo stesso pubblico ministero a precisare che il processo non voleva essere un attacco ai comportamenti della sfera privata di un sacerdote e ai suoi eventuali rapporti con le ragazze, bensì alla gestione della comunità «dove si tollerava che le ragazze si prostituissero».

La difesa. Testimoni poco attendibili, in alcuni casi dei veri e propri calunniatori, il cui ruolo non sarebbe mai stato chiarito del tutto. Su questo si sarebbe basata, per gli avvocati difensori Franco Luigi Satta e Anna Maria Uras, tutta l’indagine. E ciò sarebbe emerso ripetutamente anche in udienza, dove qualcuno dei testimoni non si è peraltro mai presentato per le deposizioni. C’erano sedicenti medici, ex carcerati, persone dal passato ben poco limpido tra coloro che poi sono diventati i pilastri dell’accusa e proprio questo minerebbe alle fondamenta l’intero processo. L’avvocatessa Anna Maria Uras aveva addirittura avanzato il dubbio che qualche testimone avesse arrangiato le sue deposizioni per ottenere dei vantaggi personali, diventando così parte di un disegno più ampio che avrebbe avuto quale unico scopo quello di mandare gambe all’aria il funzionamento della struttura. A chi giovasse, a quali poteri facesse comodo l’annientamento di Don Giovanni Usai non è stato però indicato nelle tante udienze in cui lo scontro tra difesa e procura si è fatto asprissimo.

È finita come quasi sempre accade nelle aule di giustizia: due versioni a confronto, due versioni opposte. Ha prevalso quella dell’accusa, per ora. Si andrà in appello, questo è già una certezza.

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