evasione fiscale
Colpo grosso al commerciante Jin sequestrate azienda e beni
ORISTANO. Si chiude con il peggiore dei modi, la confisca, la vicenda penale e amministrativa sull’emporio di manifatture cinesi “Jin” in via Cagliari, alle porte della città.Ieri la Guardia di...
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ORISTANO. Si chiude con il peggiore dei modi, la confisca, la vicenda penale e amministrativa sull’emporio di manifatture cinesi “Jin” in via Cagliari, alle porte della città.
Ieri la Guardia di Finanza, coadiuvata dai vigili del Fuoco e dalla Polizia, ha posto i sigilli all’esercizio commerciale, per una frode milionaria, compiuta dal titolare occulto, e allo stato irreperibile, della società che gestisce il negozio.
La confisca è arrivata al termine del processo per frode fiscale che ha visto imputata la nipote del titolare il negozio.
Le somme evase nel 2013 e nel 214 sfiorano i tre milioni. Le Fiamme Gialle hanno ricostruito dal 2009 la storia di questa società, avvolta in un intreccio di ditte, nate, secondo gli inquirenti, per nascondere l’effettivo proprietario dell’azienda.
Si tratta di Jin Lirong, soggetto che «a fronte di redditi personali risibili – riporta in una nota il comando provinciale delle Fiamme Gialle – è titolare di disponibilità finanziare per diverse centinaia di migliaia di euro in Cina (nel 2018 la moglie, al momento dell’imbarco dall’aeroporto di Elmas per la Cina, è stata trovata in possesso di 30mila euro in contanti), si permette di sostenere spese per circa 80mila all’anno per far studiare i 3 figli minori in Gran Bretagna e afferma (in una chat sequestrata ed esaminata durante le indagini) di aver completato la costruzione di un grande centro commerciale di 10mila metri quadri in Cina».
Secondo gli investigatori Jin riusciva a ingannare il fisco con un sistema diffuso, capillare ma banale: per abbattere il reddito e minimizzare o evitare la tassazione, contabilizzava centinaia di fatture false anche fatte in casa per attestare acquisti falsi (gonfiando, quindi, i “costi” aziendali), sempre di importi sotto la soglia per la quale scatta il pagamento con metodi tracciabili. Questi acquisti non erano mai stati effettuati o non provenivano dai fornitori indicati sulle fatture; questi, 140 in tutta Italia, hanno ammesso di non aver mai avuto alcun rapporto con Jin.
Come se non bastasse spesso venivano persi i documenti contabili e nascevano e morivano diverse società, tutte riconducibili a Jin, che adesso è irreperibile.
Ieri il Gip del Tribunale, su richiesta del Pubblico Ministero, ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei beni fino alla somma di 2,5 milioni, il sequestro preventivo dell’azienda e il divieto di espatrio per Jin, al momento uccel di bosco. Per l’Erario recuperare i soldi evasi non sarà per nulla semplice.
Ieri la Guardia di Finanza, coadiuvata dai vigili del Fuoco e dalla Polizia, ha posto i sigilli all’esercizio commerciale, per una frode milionaria, compiuta dal titolare occulto, e allo stato irreperibile, della società che gestisce il negozio.
La confisca è arrivata al termine del processo per frode fiscale che ha visto imputata la nipote del titolare il negozio.
Le somme evase nel 2013 e nel 214 sfiorano i tre milioni. Le Fiamme Gialle hanno ricostruito dal 2009 la storia di questa società, avvolta in un intreccio di ditte, nate, secondo gli inquirenti, per nascondere l’effettivo proprietario dell’azienda.
Si tratta di Jin Lirong, soggetto che «a fronte di redditi personali risibili – riporta in una nota il comando provinciale delle Fiamme Gialle – è titolare di disponibilità finanziare per diverse centinaia di migliaia di euro in Cina (nel 2018 la moglie, al momento dell’imbarco dall’aeroporto di Elmas per la Cina, è stata trovata in possesso di 30mila euro in contanti), si permette di sostenere spese per circa 80mila all’anno per far studiare i 3 figli minori in Gran Bretagna e afferma (in una chat sequestrata ed esaminata durante le indagini) di aver completato la costruzione di un grande centro commerciale di 10mila metri quadri in Cina».
Secondo gli investigatori Jin riusciva a ingannare il fisco con un sistema diffuso, capillare ma banale: per abbattere il reddito e minimizzare o evitare la tassazione, contabilizzava centinaia di fatture false anche fatte in casa per attestare acquisti falsi (gonfiando, quindi, i “costi” aziendali), sempre di importi sotto la soglia per la quale scatta il pagamento con metodi tracciabili. Questi acquisti non erano mai stati effettuati o non provenivano dai fornitori indicati sulle fatture; questi, 140 in tutta Italia, hanno ammesso di non aver mai avuto alcun rapporto con Jin.
Come se non bastasse spesso venivano persi i documenti contabili e nascevano e morivano diverse società, tutte riconducibili a Jin, che adesso è irreperibile.
Ieri il Gip del Tribunale, su richiesta del Pubblico Ministero, ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei beni fino alla somma di 2,5 milioni, il sequestro preventivo dell’azienda e il divieto di espatrio per Jin, al momento uccel di bosco. Per l’Erario recuperare i soldi evasi non sarà per nulla semplice.
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