«L’omicidio di Genoni un gesto d’ira e di paura»

Il difensore dell’omicida, reo confesso, ricostruisce il clima in paese L’avvocato Marongiu: «Fenu voleva solo spaventare Roberto Vinci»

GENONI. «Francesco Fenu uccise in un impeto di rabbia: non ci fu premeditazione». È il turno della difesa, al processo che si svolge in Corte d’Assise a Cagliari (presidente Giovanni Massidda, a latere Stefania Salis) per l’assassinio di Roberto Vinci, raggiunto da due scariche di pallettoni la sera del 19 agosto di due anni fa, mentre faceva rientro dalla campagna. Per l’unico imputato, Francesco Fenu, oggi venticinquenne, in carcere a Uta dal gennaio del 2020, il pubblico ministero Nicoletta Mari ha sollecitato la condanna a 24 anni di reclusione, richiesta alla quale si è associato anche l’avvocato di parte civile Alberto Curreli, che ha anche chiesto una provvisionale di 50mila euro ciascuno, per il fratello e la sorella della vittima. Un anno dopo il suo arresto, il giovane confessò l’omicidio, indicò dove aveva nascosto il fucile utilizzato per l’agguato ma disse anche «l’ho fatto per paura: temevo che quell’uomo facesse del male alla mia fidanzata. Non volevo ucciderlo ma solo spaventarlo». Proprio sulla paura nei confronti di un uomo che comunque il giovane conosceva e frequentava, si è basata gran parte dell’arringa di uno dei legali della difesa, l’avvocato Francesco Marongiu ( il collega Luigi Porcella parlerà alla prossima udienza) che ha cercato di smontare tassello per tassello le tesi dell’accusa. La pm aveva parlato della difficoltà di trovare un movente, anche se la vittima, che spirò poche ore dopo in ospedale, aveva riconosciuto nel giovane il suo assassino e ipotizzato che avesse agito per conto di due persone con le quali aveva avuto pochi giorni prima uno screzio. L’ipotesi dell’omicidio su commissione però era stata accantonata quasi subito: sui due possibili mandanti non vennero trovate prove. Quando però l’avvocato Marongiu ha detto che l’imputato non c’entrasse nulla in quel litigio, tanto che nel diario dove Roberto Vinci annotava le sue giornate, il nome del giovane non compare, la sorella della vittima, dal fondo dell’aula ha preso ad urlare, chiedendo “verità” sulla morte del fratello. Fuori, la donna continuerà a parlare, dicendo «ho paura». Ma “quella verità” non è nelle carte del processo. L’avvocato Marongiu, ha continuato sulle paure del suo assistito. «Vinci gli aveva proposto di partecipare a una rapina, faceva apprezzamenti pesanti nei confronti della fidanzatina» ha detto tra le altre cose l’avvocato, secondo il quale Francesco Fenu aveva paura anche perché era a conoscenza di ad alcuni episodi che avevano visto Vinci protagonista. Come le avances subite dalla titolare di un bar del paese, che ha testimoniato al processo, che una notte dovette chiedere aiuto ai carabinieri. Il legale ha fatto anche accenno alle intercettazioni. Un giorno Francesco Fenu si trovò a passare in auto sul luogo del delitto e a voce alta avrebbe pronunciato: «Robè: pum pum pum!». Un comportamento che secondo il legale sarebbe «impossibile, se l’imputato avesse agito su commissione. Anche perché a quell’epoca, Francesco Fenu sapeva di essere indagato». Si torna in aula il 4 ottobre.

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