«Dentro le celle situazione drammatica»

La visita delle avvocatesse delle Camere penali: «Sconforto e impotenza. L’80% dei detenuti ha problemi psichici»

ORISTANO. «Sconforto e impotenza, ecco cosa abbiamo provato quando siamo uscite da quelle mura». Così Rosaria Manconi, avvocata e presidentessa della Camera penale di Oristano, racconta i sentimenti provocati dalla visita al carcere di Massama, lo scorso 9 ottobre. Insieme a lei le colleghe Maddalena Bonsignore, Romina Marongiu e Valentina De Seneen: per sei ore hanno visitato la struttura penitenziaria, rispondendo a una lettera di proteste inviata a settembre da 160 detenuti. Fra i destinatari di quella lettera anche il Presidente della Repubblica e la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, «ma è stata ignorata da gran parte dei destinatari» spiega Rosaria Manconi.

Il carcere di Massama, secondo quanto emerge dalla relazione della Camera penale, ospita in questo momento 263 detenuti, su una capienza di 259: «Il sovraffollamento è relativo, in realtà spesso in celle per due persone ce ne sono tre e i condannati all’ergastolo, che avrebbero diritto a una cella tutta per loro, devono invece condividere gli spazi angusti con gli altri». Duecento sono quelli nelle sezioni di alta sicurezza, quasi tutti provenienti dalle organizzazioni mafiose, e 72 gli ergastolani. I numeri relativi al personale fanno segnare 162 agenti di custodia a fronte di 208 previsti, 12 amministrativi contro i 22 necessari, 3 educatori, due dei quali stanno per essere trasferiti, sui 5 di cui ci sarebbe bisogno.

Se i freddi numeri bastano ad abbozzare la situazione di grande disagio, sono le parole dell’avvocata a dare il colore al quadro: «La privazione della libertà è già una pena dura, non si possono aggiungere condizioni disumane e totale assenza di attività di rieducazione. Ci sono i problemi quotidiani: l’umidità delle celle, docce rotte, sanitari otturati, ritardi nella consegna del denaro da parte delle famiglie, domande all’amministrazione che restano senza risposta per anni. Poi c’è un aspetto esistenziale: queste persone sono chiuse per venti ore al giorno dentro una cella squallida, hanno quattro ore di passeggio in un cortile in cemento altrettanto squallido. L’unica differenza è che, in quest’ultimo caso, non hanno il tetto sulle loro teste. Un detenuto ci ha detto di vivere in una perenne condizione di “attesa”. Palestra e biblioteca praticamente non funzionano e c’è un teatro bellissimo che è quasi inutilizzato».

Che questa condizione abbia gravi ripercussioni, lo dimostrano i dati sull’uso di psicofarmaci: «I detenuti entrano sani e dopo qualche tempo hanno un crollo. L’80 per cento è sottoposto a sedazione o a trattamenti con psicofarmaci: si ammalano di reclusione. Senza contare quelli che hanno già patologie psichiche, a cui spesso fanno da assistenti i compagni di cella».

WsStaticBoxes WsStaticBoxes