«Salverò la sanità oristanese»

Il nuovo direttore generale della Asl Angelo Maria Serusi annuncia progetti, programmi e metodi

ORISTANO. Il nuovo manager della Asl di Oristano si presenta nella sua prima intervista dodici giorni dopo l’incarico, e lo fa con prudenza e attenzione al territorio. Angelo Maria Serusi ha un curriculum articolato: è stato direttore amministrativo della Areus (la azienda per le emergenze-urgenze), direttore di controllo di gestione della Asl di Nuoro, assessore ai lavori pubblici del capoluogo barbaricino, vicesegretario generale in provincia, segretario comunale del suo paese, Gavoi. Un tempo socialista, ora è di “area” sardista. È chiamato a una missione se non impossibile quantomeno ardita: risollevare la sanità oristanese, vittima di scelte sbagliate, di nomine inopportune, di tensioni, cambi e anche inchieste giudiziarie che ne hanno minato la solidità.

E adesso che farà?

«Sono qui da dieci giorni, ma ne ho passati tre in assessorato per lavorare a ricostruire la tecnostruttura aziendale. Il resto l’ho trascorso visitando reparti e presidi e avendo un primo confronto con i diversi responsabili di settore».

Quale è stata la sua prima impressione girando per il San Martino?

«Che è un buon ospedale, con splendide sale operatorie e con del personale che ha fatto anche l’impossibile per mandare avanti i servizi. Ho avuto una sola richiesta, sul personale, ed è quello che faremo sin dai prossimi giorni, recuperando le risorse e attivando procedure di mobilità e comandi per portare qui le figure che mancano. I primari mi stanno inviando dossier aggiornati dettagliati su carenze e sofferenze di personale. Su pediatria ed emodinamica, conto di risolvere le carenze a breve, ma lo stesso farò anche su altri reparti».

Come conta di agire?

«Analisi dettagliata di sofferenze e difficoltà, confronto con la Regione per individuare le necessità impellenti, chiusura di un pacchetto di organici in più da inserire e monitoraggio dei tempi di ingresso del personale. Purtroppo non tutto dipende da noi. Per esempio abbiamo un concorso definito per i pediatri, ma nessuno vuol venire qui. Dobbiamo trovare forme di incentivazione che attraggano il personale e rafforzino il San Martino».

Ottimi propositi, che però si scontrano con uno stillicdio di abbandoni di personale che in diversi casi ha messo a rischio la tenuta dei servizi».

«Abbiamo davanti mesi complessi, pandemia a parte. Dobbiamo ricostruire in loco competenze che erano accentrate in Ats e che adesso devono ritornare in periferia, come gli uffici amministrativi e quelli tecnici. A proposito, stiamo definendo i lavori per installare la nuova Tac, fermi da tempo. Ma tra gli altri compiti c’è quello di ricostruire il dipartimento di prevenzione. Insomma non è che le nuove Asl siano la fotocopia delle passate Assl, hanno nuovi compiti, devono confrontarsi con Ares e Areus, e soprattutto devono, non possono, ma devono dialogare di più con i territori. Per questo la prossima settimana non incontrerò i rappresentanti locali dei distretti sanitari, ma proprio tutti i sindaci dei distretti. Li vedrò in tre giorni e mi aspetto da loro, oltre alle naturali denunce, anche proposte e idee per lavorare insieme».

Tra le proposte avanzate dai territori, pur con perplessità, anche quella dei cosiddetti “medici in affitto” per i Pronto Soccorso, oggi presenti a Ghilarza e Oristano. Una pratica da riproporre?

«Ho chiesto io il rinnovo dei contratti con questi medici. Rappresentano l’eccezionalità, e come soluzione emergenziale hanno un senso, anche se certamente preferisco fidelizzare ovunque il personale. Ma di fronte all’emergenza dobbiamo usare strumenti nuovi; so che anche altri direttori generali hanno chiesto di aderire allo stesso contratto».

Nei prossimi anni sono in arrivo per la sanità sarda centinaia di milioni di euro; una parte riguarderà anche l’oristanese. Come vorrebbe che venissero spesi?

«Case della salute e ospedali di comunità. Dobbiamo rafforzare la medicina territoriale per evitare che chiunque per qualunque motivo vada in ospedale. Faccio un esempio, a Gavoi, il mio paese, esiste un unico plesso dove dalle 8 alle 20 operano i medici di base e gli specialisti, che lasciano poi le consegne alla guardia medica. Dobbiamo riproporre questo metodo ove possibile. Serve ai pazienti, ai conti pubblici e anche agli operatori, spesso oggi soli di fronte alle urgenze».

Dove è applicabile questo metodo?

«Ghilarza può diventare un ospedale di comunità, ma se ne possono costituire altri. Serve personale, che arriverà, così come i fondi. Sul personale conto di avere significative risposte su più fronti entro l’autunno».

In città ha fatto scalpore la vicenda di un sindacalista medico, il dottor Giampiero Sulis, “processato” dall’Ufficio Procedimenti Disciplinari della Ats per alcune dichiarazioni riportate al nostro giornale. Conosce la vicenda?

«Non me ne sono occupato. Ritengo che quell’ufficio debba comunque concludere la procedura iniziata, ma raffreddare i conflitti e favorire il dialogo è la soluzione migliore».

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