Arborea, alleanza tra Bonifiche Ferraresi e 3A
di Michela Cuccu
Accordo strategico per coltivare mais e foraggi e ridurre la dipendenza dalle importazioni
3 MINUTI DI LETTURA
ORISTANO. Potrebbe partire da un accordo tra il Sistema Arborea e Bonifiche Ferraresi, il primo contratto di filiera per riprendere la coltivazione di mais e altri cereali e foraggi da destinare all’alimentazione animale. Le trattative che sarebbero ormai a buon punto, permetterebbero alle due grosse cooperative della zootecnia e della trasformazione, ovvero 3A e Cooperativa produttori, entrambe con sede ad Arborea, di ottenere due importanti risultati. Il primo riguarda l’abbattimento dei costi delle materie prime e del gasolio, saliti negli ultimi mesi alle stelle; dall’altro la dipendenza dalle importazioni. Circa il 50% della sostanza secca (cereali e altri mangimi) consumata dai bovini arriva da fuori regione: materie prime i cui prezzi in pochi mesi sono aumentati fino al 50%. L’accordo vedrebbe i colossi del sistema agrozootecnico di Arborea lavorare insieme. Bonifiche Ferraresi si impegnerebbe a coltivare mais, cereali e foraggi in parte dei suoi terreni ottenuti con l’acquisto dell’Sbs. Produzioni che verrebbero destinate agli allevamenti che fanno capo alla 3A e alla Cooperativa produttori Arborea che a loro volta, pagherebbero a Bonifiche Ferraresi ad un prezzo equo concordato le materie prime per i mangimi.
È quanto sarebbe emerso in un incontro avvenuto nei giorni scorsi tra i vertici delle cooperative di Arborea e di Bonifiche Ferraresi. Benché di nero su bianco non ci sia ancora niente, l’accordo di fliera sarebbbe pronto ad essere siglato. Raggiunto al telefono, Remigio Sequi, presidente della 3A, non conferma e non smentisce.
«Aumentare la disponibilità di materie prime provenienti da coltivazioni sarde, sicuramente è una possibilità che ci interessa e che non da oggi auspichiamo – dice –. È un argomento che stiamo affrontando interloquendo con tutti gli attori che potrebbero far parte di un progetto che porterebbe a modificare incisivamente gli attuali scenari, portando a quell’economia circolare che da sempre auspichiamo». La diplomazia del presidente di 3A conferma dunque che il dialogo tra quelli che definisce “attori”, appunto aziende agricole disposte a coltivare per assicurare se non completamente ma in parte consistente, le materie prime per i mangimi, sia a buon punto. Se mai sarà siglato, l’accordo di filiera rispecchierebbe la proposta lanciata nei mesi scorsi da Confagricoltura e Coldiretti e per quel che lo riguarda, già accolta dal Consorzio di bonifica dell’Oristanese. Consorzio che a fronte di un aumento della disponibilità idrica già accordata con l’Autorità d’ambito, pari a 30 milioni di metri cubi (che passerebbero dagli attuali 150 a 180 milioni) si è reso disponibile a garantire l’acqua necessaria nei 16mila ettari di terreni irrigabili del distretto (circa il 40 per cento del totale), attualmente non coltivati. Il Consorzio si è detto anche disponibile a valutare la possibilità di estendere il servizio ai terreni fuori distretto ma comunque limitrofi alle zone irrigabili e irrigate.
Nei giorni scorsi, il presidente del Consorzio di bonifica, Carlo Corrias, ha fatto sapere che sarebbero numerose le aziende ad aver manifestato la propria adesione al piano. La proposta delle organizzazioni agricole pone però un punto fermo: garantire agli agricoltori il pagamento di un prezzo giusto per i loro prodotti, partendo da programmazioni a medio termine, quinquennali, come ad esempio propone Confagricoltura, per dare maggiori garanzie ai produttori. Una strada che avrebbe ben poche alternative per gli allevatori se si considera che l’aumento dei mangimi incide per cinque centesimi su ogni litro di latte prodotto. Che per un’azienda media significano 50 mila euro di spese in più all’anno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È quanto sarebbe emerso in un incontro avvenuto nei giorni scorsi tra i vertici delle cooperative di Arborea e di Bonifiche Ferraresi. Benché di nero su bianco non ci sia ancora niente, l’accordo di fliera sarebbbe pronto ad essere siglato. Raggiunto al telefono, Remigio Sequi, presidente della 3A, non conferma e non smentisce.
«Aumentare la disponibilità di materie prime provenienti da coltivazioni sarde, sicuramente è una possibilità che ci interessa e che non da oggi auspichiamo – dice –. È un argomento che stiamo affrontando interloquendo con tutti gli attori che potrebbero far parte di un progetto che porterebbe a modificare incisivamente gli attuali scenari, portando a quell’economia circolare che da sempre auspichiamo». La diplomazia del presidente di 3A conferma dunque che il dialogo tra quelli che definisce “attori”, appunto aziende agricole disposte a coltivare per assicurare se non completamente ma in parte consistente, le materie prime per i mangimi, sia a buon punto. Se mai sarà siglato, l’accordo di filiera rispecchierebbe la proposta lanciata nei mesi scorsi da Confagricoltura e Coldiretti e per quel che lo riguarda, già accolta dal Consorzio di bonifica dell’Oristanese. Consorzio che a fronte di un aumento della disponibilità idrica già accordata con l’Autorità d’ambito, pari a 30 milioni di metri cubi (che passerebbero dagli attuali 150 a 180 milioni) si è reso disponibile a garantire l’acqua necessaria nei 16mila ettari di terreni irrigabili del distretto (circa il 40 per cento del totale), attualmente non coltivati. Il Consorzio si è detto anche disponibile a valutare la possibilità di estendere il servizio ai terreni fuori distretto ma comunque limitrofi alle zone irrigabili e irrigate.
Nei giorni scorsi, il presidente del Consorzio di bonifica, Carlo Corrias, ha fatto sapere che sarebbero numerose le aziende ad aver manifestato la propria adesione al piano. La proposta delle organizzazioni agricole pone però un punto fermo: garantire agli agricoltori il pagamento di un prezzo giusto per i loro prodotti, partendo da programmazioni a medio termine, quinquennali, come ad esempio propone Confagricoltura, per dare maggiori garanzie ai produttori. Una strada che avrebbe ben poche alternative per gli allevatori se si considera che l’aumento dei mangimi incide per cinque centesimi su ogni litro di latte prodotto. Che per un’azienda media significano 50 mila euro di spese in più all’anno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
