Oristano, lite di vicinato per lo striscione sul balcone di Fratelli d’Italia
L’accusa: «Simboli politici che deturpano la facciata di un palazzo storico»
Oristano Un balcone, si dice, è come lo sguardo di una casa sul mondo. Quello di via De Castro, però, era un frammento di storia congelato, avvolto nel silenzio di una propaganda passata. Da quasi tre anni, un vecchio striscione di Fratelli d’Italia sbiadito dal sole e dalla polvere, era lì a ricordare le promesse e le attese di un’elezione lontana. Ma il silenzio ha un peso, e a volte chi vive accanto a esso ne sente il rumore. Giuliano Marras, il titolare del bar adiacente, è un uomo abituato al brusio dei clienti e al ticchettio delle mattine. Quel balcone, con la sua muta permanenza, era diventato una stonatura. Quando il dialogo diretto si fa difficile, le parole prendono altre forme. Giuliano Marras ha preso un foglio di carta, incollato sulla porta della sede politica come un monito, come un appello.
La missiva, chiara e perentoria, parlava di regole e di buonsenso. «Si invitano i signori della sede di partito a rimuovere il cartellone e le bandiere dalla facciata dello stabile», esordiva. E poi continuava, citando le norme che regolano la propaganda politica, i limiti di tempo, le sanzioni. Sottolineava la mancanza di consenso da parte dei proprietari dell’immobile e l’importanza del decoro urbano in un centro storico che merita rispetto. La conclusione era un avviso: «Prenderò provvedimenti per vie legali se non verrà rispettata la norma vigente e la volontà della proprietà mai interpellata». Una minaccia, certo, ma anche la dimostrazione di una pazienza esaurita.
Il coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, Fulvio Deriu, non aveva ancora visto quel messaggio. Appresa la notizia, ha subito precisato che il partito è proprietario dell’appartamento. «È tutto in regola», ha detto, con la sicurezza di chi è convinto di agire nel giusto. Ma Giuliano Marras non la pensa allo stesso modo. «Lo stabile ha più proprietari, tra questi ci sono io», ha raccontato, come a voler sottolineare che la proprietà di un’intera facciata non è un affare di un solo inquilino. Quel manifesto, ha spiegato «stona con il palazzo storico» ed è stato motivo di imbarazzo persino con i clienti del suo bar, che glielo facevano notare. Aveva cercato un dialogo, si era rivolto al Comune, ma aveva trovato solo un muro di silenzio. «Ma quei manifesti elettorali lì non ci possono stare», ha ribadito.
La replica di Fulvio Deriu è arrivata tramite una nota ufficiale: «Devo sommessamente rappresentare l’inesistenza tanto di “circolari comunali” quanto di norme di relazione che impediscano l’installazione, di una o più bandiere che identifichino una sede politica, a meno di un immobile vincolato (ai sensi e per gli effetti del dl 42/04), fatto salvo il netto distinguo che intercorre tra propaganda politica ed identificazione di una sede politica». «Rimane inteso che il fabbricato ove FdI ha sede, non ricade in tale fattispecie, determinando totalmente avulso quanto lamentato. Provvederemo indubbiamente a rimuovere i simboli del nostro partito, al fine di sostituire quelli esistenti oramai logori – si legge nella nota che conclude con un esplicito messaggio all’autore del reclamo –. Piuttosto che reiterare con azioni già intraprese cui il Comune non ha dato seguito per insussistenza di legittimità, sarebbe auspicabile, da parte di chi si erge a “vigilante”, maggiore dovizia nel rispettare tutte le regole impresse nel Piano particolareggiato del centro storico, avendo osservato “installazioni” che, contrariamente a quanto lamentato, risultano vietate». Intanto, il manifesto della discordia è stato rimosso.
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