La Nuova Sardegna

Oristano

La sanità che non funziona

Cade e al pronto soccorso non ci sono barelle: torna a casa per non doversi sdraiare per terra – La storia

di Michela Cuccu
Cade e al pronto soccorso non ci sono barelle: torna a casa per non doversi sdraiare per terra – La storia

I racconti dei pazienti: «Ho dovuto pagare di tasca mia le visite specialistiche». E c’è chi rinuncia al medico di base «per lasciare il posto a chi ha più bisogno»

3 MINUTI DI LETTURA





Oristano La cronaca di un sabato al Pronto soccorso del San Martino ha il volto di una donna che, dopo una caduta, è stata costretta ad abbandonare l’ospedale a causa delle carenze strutturali del servizio. Come se non bastasse, dietro quel dolore fisico c’è una storia emblematica: quella di una figlia che ha deciso di cancellarsi dal registro del proprio medico di famiglia per cedere il posto a sua madre.

«Andrò io all’Ascot – racconta la donna –. Mia madre, essendo una paziente cronica, non può reggere i tempi di attesa e l’incertezza dell’attuale sistema». È la resa di fronte a un’emergenza che nel territorio rischia di diventare un labirinto senza uscita: la cronica carenza di medici di medicina generale sta costringendo le famiglie a una gestione sempre più complessa e precaria della salute. La testimonianza della madre, vittima di una caduta sabato scorso, evidenzia le falle di un sistema che non riesce più a garantire risposte immediate. «Sono caduta battendo testa, bacino e polso – racconta la donna –. Essendo in terapia anticoagulante, il rischio era elevato».

La prima tappa è stata il San Martino: «Dopo il triage, con un codice arancione assegnato per trauma cranico, mi è stato comunicato che non c’erano barelle – racconta –. La struttura era in uno stato di forte congestione, con decine di persone in attesa da ore. Non potevo stare in piedi né seduta col bacino dolorante e l’unica alternativa sarebbe stata quella di sdraiarmi per terra. Sono dovuta andare via senza essere visitata perché i tempi di attesa si allungavano in modo indefinito». Non potendo attendere in ospedale, la donna ha provato a rivolgersi alla guardia medica, sperando in una via d’uscita per le prescrizioni necessarie. Anche qui, però, l’amara scoperta: «Mi è stato spiegato che il servizio non dispone del collegamento telematico per attivare l’impegnativa. Risultato? Ricetta bianca e visita a pagamento in una struttura privata».

L’episodio vissuto dalla paziente non è un caso isolato, ma lo specchio di una sofferenza che il Pronto soccorso cittadino vive da tempo. Solo pochi giorni fa, la situazione è precipitata ulteriormente: una dozzina di ambulanze sono rimaste bloccate, incapaci di scaricare i pazienti a causa della saturazione dei posti letto e dei corridoi. Alle 12.23 di una giornata tipo, il monitor del pronto soccorso indicava 38 pazienti in carico: 4 codici rossi, 7 arancioni, 13 azzurri, 10 verdi e 4 bianchi. Per questi ultimi, l’attesa stimata superava le sei ore. La penuria di mezzi sul territorio ha persino reso necessario il supporto di ambulanze provenienti da Macomer. Sebbene la situazione sia rientrata nella normalità dopo alcune ore, lo spettro di un nuovo blocco è una costante con cui si convive nel quotidiano. Oltre al disagio logistico, resta aperta una questione organizzativa su cui la paziente chiede ora delle risposte: «Comprendo le esigenze di sicurezza, ma è corretto che il primo filtro all’ingresso del Pronto soccorso venga gestito da una guardia giurata? La valutazione clinica, quella che stabilisce chi necessita di assistenza immediata, dovrebbe spettare esclusivamente a personale sanitario qualificato. Delegare questa fase a chi non ha competenze mediche è un’anomalia che merita chiarimenti urgenti dai vertici della Asl».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Previdenza

Pensioni, contributi gratis per servizio militare e civile: chi può ottenerli e come fare domanda

Le nostre iniziative