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Oristano

Il personaggio

Una vita tra campi e risaie: storia di un Cavaliere della Repubblica

di Paolo Camedda
Una vita tra campi e risaie: storia di un Cavaliere della Repubblica

Nel 1938 i genitori si trasferirono in Sardegna dalla Lombardia. Nasce così una delle aziende risicole più importanti della Sardegna

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Oristano «Babbo, io a scuola non ci vado più, voglio stare in campagna». Angelo Mario Ferrari ha tredici anni quando pronuncia quella frase. Non immagina che la sua scelta lo porterà un giorno a ricevere l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. In mezzo ci sono oltre settant'anni di vita trascorsi tra campi, risaie, sacrifici e scommesse vinte. «L'onorificenza? Ne sono molto onorato – dice con grande emozione Angelino, come tutti lo chiamano –. Non me l'aspettavo». La sua storia inizia nel 1938, quando i suoi genitori, il bergamasco Giovanni Ferrari e la bresciana Marta Mor lasciano la Lombardia dopo aver perso due figli, morti entrambi a soli diciotto mesi. «Si dicono: "Cambiamo aria, qui c'è qualcosa che non va". Accettano la proposta dell'ingegner Bianchi e arrivano in Sardegna. Pochi mesi dopo, ad agosto, all'Ospedale di Oristano, nasco io, il primo continentale della zona». La campagna lo conquista quasi subito. La scuola, invece, non riesce a trattenerlo. «Frequentavo da pochi giorni la terza avviamento e ho detto a mio padre: "Babbo, io a scuola non ci vado più, voglio stare in campagna"». Lui non la prese bene. «Voleva che studiassi. I miei fratelli minori li ha fatti studiare tutti e due. Io invece non ho voluto assolutamente».

La scuola di vita inizia allora a San Vero Milis. «Babbo prese un terreno a mezzadria e dopo aver seminato insieme le patate, per farmi capire quanto era dura la campagna, mi lasciava da solo. Ho dovuto zapparle, rincalzarle e cavarle. Bevevo l'acqua da un torrente. Così ha avuto inizio la mia avventura nei campi». Angelino lavora prima come operaio agricolo, poi prende terreni a mezzadria e coltiva grano e barbabietole da zucchero nel Sinis. «Il padrone metteva il terreno, io lo lavoravo e il raccolto si divideva a metà». Nel frattempo la famiglia Ferrari, stabilitasi inizialmente a Oristano, si trasferisce definitivamente a Cabras. Il giovane Angelino si distingue anche per la sua ingegnosità. «Prima le barbabietole si cavavano a mano con la forchetta, un lavoro pesantissimo. Allora ho realizzato una ruota in ferro stretta per cavarle col trattore. Tutti poi hanno iniziato a usarla». Ma la coltivazione della barbabietola da zucchero è poco redditizia e Angelino vuole provare col riso. Alla fine degli anni Sessanta arriva la svolta. A Sa Pinna Manna c'è un'azienda agricola che nessuno vuole prendere in affitto da anni. «Mio padre mi dice: "Tu che vuoi lavorare con le risaie, perché non vai a chiedere alle sorelle Molino se ti danno l'azienda in affitto?"». Ferrari tratta con le proprietarie e propone un canone di cinque milioni di lire. Poi va a vedere i terreni. Sale sull'argine del Tirso e scopre che metà del podere è sott'acqua. Torna dalle proprietarie e rilancia: «Dico loro: "Vi posso dare al massimo tre milioni. Se va bene la prendo, altrimenti non se ne fa nulla". Accettano». In paese c'è chi commenta sarcastico: «Ferrari ha pigau Pinna Manna. Ma mi paridi ca du lassada is pinnasa», cioè «Ferrari ha preso Pinna Manna, ma mi sembra che ci lascerà le penne». Un gioco di parole che racconta bene lo scetticismo dell'epoca. «La gente diceva che mi stavo rovinando con le mie mani», ricorda oggi. Poi sorride. «Si sono sbagliati».

Da quel momento inizia una lunga scommessa sulla risicoltura nell'Oristanese. «I primi tempi sono stati duri - ammette -, il riso era ancora una coltura per pochi e si seminava a mano». Ma Ferrari non molla: «Mi sono detto: "Proviamo a entrare nei terreni allagati col trattore". Così gli ho messo le ruote strette e lo spandiconcime e ho iniziato a seminare il riso con il trattore. Sono stato il primo, velocizzando la produzione». Intanto l'azienda cresce, ettaro dopo ettaro, e con essa i profitti. Angelo Mario Ferrari dopo alcuni anni acquista definitivamente la tenuta. Tra i suoi punti di riferimento c'è Antonio Falchi, uno dei pionieri della risicoltura sarda. «Un giorno viene da me insieme a un grande produttore di riso francese - racconta -. L'ospite osserva i campi, e voltatosi mi dice: "Io ho visto tutte le risaie, in Cina e dappertutto. Per me lei è il campione del mondo"». Una frase che Angelino non dimenticherà mai. Nel 1978, insieme a Falchi, è tra i fondatori della Sardo Piemontese Sementi, destinata a diventare un punto di riferimento per il comparto. Si aggiungono nuove terre e subentrano nuove sfide.

Negli anni Ottanta alle risaie si aggiunge un importante allevamento bovino che arriva a sfiorare i 500 capi, e lo affiancano le figlie Marinella e Daniela. Successivamente entrano in azienda i figli maschi, Gianni, che segue la produzione agricola, e Carlo, il più giovane, che accompagnerà lo sviluppo imprenditoriale e commerciale della realtà di famiglia. Angelino continua ancora per tanti anni a vivere la sua vita tra canali da sistemare, terreni da bonificare e risaie da controllare. Fin quando il fisico glielo permette, va in azienda per controllare che tutto sia apposto: «Uscivo la mattina presto quando loro ancora dormivano e rientravo la notte tardi quando già erano a letto - ricorda -. Ho fatto tanti sacrifici, ma volentieri, perché avevo la passione per l'agricoltura». E oggi? «Vengo ogni giorno in azienda, ma solo per una passeggiata», dice con un sorriso. A portare avanti l'attività sono i suoi eredi. Marinella segue la parte amministrativa, Daniela quella contabile, Giovanni la produzione agricola e Carlo lo sviluppo commerciale. Accanto a loro anche la nuova generazione, i nipoti Francesca e Davide, che curano rispettivamente il marketing e la comunicazione e la logistica. Dalla scommessa di Angelo Mario è nata così una realtà specializzata nella produzione di riso da seme certificato sardo, un'eccellenza riconosciuta per innovazione, sostenibilità e qualità delle produzioni. «Sono contento e tranquillo - assicura Angelino -. I figli hanno appreso bene».

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