Dall’ospedale a casa la rete di assistenza si inceppa: cosa sta succedendo
I pazienti fragili hanno grandi difficoltà di accesso a cure e servizi dopo il ricovero. Il peso ricade sulle famiglie
Oristano Dall’ospedale a casa, il passaggio rischia di diventare il punto più delicato per anziani, persone non autosufficienti e famiglie chiamate ad assisterli. Quanto tempo serve per attivare i servizi dopo le dimissioni dal San Martino? Ci sono liste d’attesa? E ci sono stati casi in cui, nell’attesa, i familiari hanno dovuto arrangiarsi? È un tema emerso più volte in questo periodo e sul quale ora la minoranza chiede di mettere sul tavolo numeri e tempi, con un’interpellanza urgente che porta la prima firma di Maria Speranza Perra (Pd).
Al centro c’è soprattutto il Puat, il Punto unico di accesso territoriale dell’ambito Plus di Oristano, chiamato a intercettare i bisogni, valutare le situazioni di fragilità e coordinare la presa in carico di anziani, persone non autosufficienti, con disabilità o patologie croniche, facendo da raccordo tra servizi sociali e sanitari. Le domande si concentrano su «quale sia l’attuale organizzazione del Puat», e soprattutto quante persone siano state prese in carico nell’ultimo triennio. La richiesta entra poi nel dettaglio: «quali siano i tempi medi di risposta, valutazione e presa in carico» e se siano state registrate criticità o liste d’attesa. Numeri vengono chiesti anche sulle dimissioni protette: quante ne siano state gestite negli ultimi tre anni e quale percorso venga attivato per un anziano, un non autosufficiente o un malato cronico che lascia il San Martino ma ha ancora bisogno di assistenza a domicilio. La minoranza vuole conoscere anche «i tempi medi per l’attivazione dei servizi» e sapere se esista un protocollo condiviso tra ospedale, Asl 5, Puat, servizi sociali e assistenza domiciliare.
Un passaggio che incrocia quanto emerso recentemente in Medicina interna. Interpellato sui ricoveri per Febbre del Nilo, il direttore Luca La Civita aveva escluso che fossero quei pazienti a mettere sotto pressione il reparto, indicando invece tra le cause del numero elevato dei ricoverati l’età avanzata e «la difficoltà di una loro ricollocazione in strutture sanitarie esterne, una volta concluso il percorso clinico e sanitario». La direttrice generale dell’Asl 5 Grazia Cattina aveva spiegato che la situazione è costantemente monitorata attraverso il raccordo tra le strutture aziendali.
L’altro fronte è la domiciliarità. L’interpellanza chiede quali risorse siano oggi disponibili attraverso Sad, legge 162 e altri programmi, quanti siano gli utenti assistiti e quanti eventualmente attendano il servizio. E pone una questione ancora più concreta: verificare se ci siano state «situazioni nelle quali le famiglie abbiano dovuto provvedere autonomamente all’assistenza in attesa dell’attivazione dei servizi». Un problema che richiama la vicenda raccontata in queste pagine di Laura Casula, caregiver che ha lasciato il lavoro per assistere i genitori e raccontato le difficoltà quotidiane delle famiglie nel trovare orientamento e sostegno. Infine i controlli. La minoranza domanda come vengano verificati «tempi di attivazione, regolarità delle prestazioni, rispetto dei piani assistenziali, interruzioni del servizio e sostituzione degli operatori», quante segnalazioni e reclami siano arrivati nell’ultimo triennio e se siano state svolte indagini sulla soddisfazione di utenti e caregiver. L’obiettivo è arrivare a una relazione periodica al Consiglio con utenti assistiti, tempi d’attesa, risorse, criticità e reclami: una fotografia, numeri alla mano, di quanto la rete sia davvero in grado di gestire il passaggio che va dall’uscita dall’ospedale al ritorno a casa. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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