Soriga: "Nuraghe Beach, la mia Sardegna"
Una contro-guida della Sardegna scritta da Flavio Soriga: ironica, appassionata e divertente
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Una sera, l’inverno scorso, ho scoperto un locale, a Cagliari, nel quartiere di Castello, un posto col biliardino e gli studenti e le birre a prezzi da studenti e i baristi simpatici e un grande ritratto di Marx in fondo alla sala e i Zen Circus nello stereo. Ho vissuto per anni a venti metri di distanza da quel locale, ma prima di quella sera non c’ero mai stato. Ecco, la Sardegna, provare a raccontarla, sempre mi sembra una cosa arrogante, all’inizio, e che tutti tanto ormai sanno tutto, della Sardegna, mi sembra, ma invece il punto è che poi, in quest’isola, anche nei paesi e nelle città che hai visitato di più, ci sono dei posti che scopri all’imrpovviso e ti piacciono moltissimo e non ti eri mai accorto che esistessero. C’è sempre qualcuno, durante una cena a Milano o una mattina di fila alle poste a Roma, c’è sempre qualcuno che a un certo punto, venuto a conoscenza della tua sardità, comincia a spiegarti com’è speciale la Sardegna. Non importa che tu sia nato e cresciuto in via Is Carrubeddas a Uta o a Latte Dolce a Sassari, non importa perché essi sanno, soltanto essi, e hanno piacere di renderti partecipe: la nostra terra è speciale. E’ evidente che noi sardi non capiamo, perché l’abitudine ci ha resi ciechi a tanta specialità, e dunque abbiamo a volte la sensazione che i problemi di un sottoproletario di Cossoine assomiglino a quelli di un disoccupato di Quarto Oggiaro. Miopi, ecco cosa siamo. Ci perdiamo in ambizioni banali, come quella di studiare in una grande città per costruire un destino o diventare un dirigente d’azienda o un ottimo cuoco o trovare l’anima gemella e tirare su famiglia. Ci perdiamo in angosce da quattro soldi, sprechiamo tempo ed energie, quando avremmo intorno a noi la bellezza, il mare, i silenzi: tutto ciò che serve per essere felici. Viaggiamo, traffichiamo, ci dividiamo in fazioni quando potremmo stare seduti in riva al mare, o su una rupe di granito, e contemplare il bello e saziarci estatici, in perfetta armonia con la natura, com’eravamo un tempo. E non serve a niente, davvero, che a un certo punto tu giuri con convinzione di essere perfettamente conscio che il mare di Chia non ha eguali al mondo, e il tramonto a S’Archittu neppure, e che passeggiare per il centro di Cagliari vale una gita a Palermo: è poco. E’ sempre poco, per questi entusiasti. E d’altronde, c’è sempre qualcuno, a Milano o Roma, Firenze o Bologna, che a un certo punto ti spiegherà che la Sardegna, per carità, è bellissima, ma a maggio, a ottobre, al limite a settembre. A luglio e ad agosto, invece: starci lontani. E dunque loro se ne vanno in un’isola greca, in quei mesi, o in una baita austriaca, e lasciano a noi sfigati la fatica delle domeniche a Chia e a Stintino, a luglio e ad agosto, che infatti è brutto, come no?, la domenica d’agosto a Chia o a Stintino. Quando la redattrice di Laterza mi ha chiesto di scrivere questo libro, «una specie di guida della Sardegna nello stile, nel tono di «Sardinia Blues», all’inizio ho pensato che no, basta: la Sardegna no. Né blues né rock né jazz. Immagino che lo stesso pensiero lo avrà un certo numero di lettori, sia adesso leggendo questo articolo che quando capiteranno in libreria davanti a «Nuraghe Beach». E in effetti siamo in tanti, in questi anni, a scrivere dell’isola, e prima o poi è possibile che chi ci legge finirà per avere a noia le storie sarde. E però, a parziale discolpa di scrittore di guida esordiente, posso dire questo: che questa non è una guida, e che la Sardegna non è né uno stereotipo né un luogo comune, come ogni tanto qualcuno dice: è un’isola in mezzo al mare, e chiunque ci sia nato e cresciuto ha il diritto di saperne abbastanza per poter spiegare un po’, sì, ma soprattutto per correggere gli errori e mitigare le certezze altrui, e specie dei forestieri. Sì, certo, la Gallura è mondana, però. Sì, certo, il Sulcis è povero, però. Sì, certo, la Barbagia è autentica, però. E se quando ho iniziato a scriverla, questa finta guida delle periferie dell’isola, avevo ancora l’idea di poter dare qualche indicazione ai poveri abitanti del mondo non sardi, mi sono ritrovato perduto io stesso, e abbastanza presto, e come sempre: tra ricordi e storie già scritte, tracce di quelle future e sogni d’innamoramenti, luoghi visitati da ragazzino e sognati nei viaggi all’estero e negli hotel scalcianti e nelle stanze altrui visitate senza preavviso. Ed è venuto fuori, credo, come sempre mi capita, una sorta di storia d’amore, o di tormento, o d’ossessione, o un dialogo sui ricordi e sulle deformazioni degli stessi, sul trovarsi forestieri a casa propria e perfettamente a casa in luoghi remoti e ignoti. «Non scrivere un racconto», mi aveva detto la direttrice della collana, «perché alla Laterza non facciamo fiction». Ma questo è un racconto speciale, in effetti, come la canzone che chiude il libro: un racconto un po’ sfuggente, vecchio, antico, ancestrale, un racconto tipico del mio paese, di gente scura, della pianura, un racconto assurdo etnico tradizionale, un racconto piccolo, senza pretese, ecco: un racconto sardo-campidanese. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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