La Nuova Sardegna

Obesa contro l'Inps per l'invalidità ridotta

Elena Laudante
Obesa, ma non troppo E l’Inps taglia l’assegno
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Obesa, ma non troppo E l’Inps taglia l’assegno

Sassari, causa civile su una pensione concessa e poi fatta restituire

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 SASSARI. Altro che falsi invalidi. Vallo a spiegare all'Inps che con 115 chili di peso, problemi di respirazione e ferite alle gambe, è difficile "deambulare". Ancora di più - va da sé - lavorare.  E se la situazione precipita in cinque anni, con l'adipe che s'ingrossa, ovvio che si chieda di più della pensione di invalidità. L'accompagnamento, ad esempio. Ma quando una donna obesa del Sassarese (in virtù della privacy sui dati sanitari, il giornale non pubblica il nome) ha provato a rappresentare all'Inps il suo stato di inabilità in progressivo peggioramento, ha dovuto pentirsene.  Non solo non ha ottenuto quello che sostiene le sia indispensabile per vivere. Ma si è vista chiedere la restituzione di gran parte di quanto fino ad allora ricevuto proprio perché invalida civile (come certificato dalla stessa Inps). Con un risultato infausto: deve restituire gran parte del presunto maltolto, a partire dal giorno in cui ha chiesto di ottenere, invece, il ritocco verso l'alto.  La controversia tra la signora afflitta dal grasso e l'Inps, in tempi di stretta contro i finti-invalidi, è finita in tribunale. Il giudice civile è chiamato a stabilire dove finiscano i problemi di salute e inizino eventuali - finora non provate - pretese ingiustificate. Di certo la signora, tutelata dagli avvocati Paolo Sechi ed Elias Vacca, ha intenzione di far valere le sue ragioni: nelle sue condizioni c'è davvero poco da simulare. Soprattutto perché l'invalidità inizialmente le era stata riconosciuta. E solo ad un secondo vaglio, ridotta.  Questa la sequenza dei fatti. Nel luglio 2008 la commmissione di verifica della Asl infatti certifica una riduzione delle sue capacità del 75 per cento, a causa di una forma grave di obesità. Poi problemi alle ginocchia e alle gambe, associati al fiatone che le viene tutte le volte che allunga il passo, la rendono chiaramente bisognosa di aiuto.  Così sulla base del verbale della commissione, dopo la visita collegiale i medici stabiliscono che è invalida del tipo "con totale riduzione della capacità lavorativa". Vuol dire che, ovviamente, deve restare a casa. Quindi l'Inps le riconosce la pensione d'invalidità, poco più di 260 euro al mese che sommati ad altre piccole entrate le consentono di andare avanti e mantenere tutta la famiglia. Senonché il suo stato di salute peggiora, è sempre più affaticata, sempre più breve il tratto di strada che riesce a percorrere prima di fermarsi. Così crede di poter chiedere di più dall'Istituto, e aspira ad un assegno di accompagnamento, una cifra che si aggira sui 430 euro che servono a retribuire qualcuno che la sorregga nei suoi rari spostamenti. Oppure che l'aiuti direttamente a casa.  Presenta una nuova domanda all'Inps a fine 2009; in poco tempo la visitano, confermano il suo grave «deficit deambulatorio con obesità grave», ma ricalcolano la percentuale di invalidità. Che scende dal 100 all'88 per cento. E da questa quasi impercettibile riduzione, partono i guai. «Negato l'accompagnamento, l'Inps le toglie la pensione, ma le riconosce l'assegno mensile», spiega l'avvocato Sechi. «Se non fosse che è incompatibile con gli altri redditi, seppur limitati, della signora. Quindi le revoca anche quello». Poi a gennaio 2011, arriva la lettera dell'Inps con la stangata: «Gentile signora - si legge - per il periodo dal gennaio 2009 al 31 gennaio 2011 sono stati pagati 4.300 euro in più sulla sua pensione. Il recupero delle somme avverrà a rate».  Questa lettera, che non sarebbe stata prodotta nel processo, ha convinto la signora a fare causa all'Inps. Ora sarà un perito nominato dal tribunale a stabilire se il suo quintale e più le complica davvero la vita.  

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