La Nuova Sardegna

Gli anni della faida tra morti ammazzati, tritolo e stricnina

di Paolo Merlini

La guerra tra i Mele e i Cadinu insanguinò il paese per un ventennio coinvolgendo anche altre famiglie

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MAMOIADA. Uno scrittore che volesse pubblicare una versione sarda di "Romanzo Criminale" non dovrebbe fare altro che andarsi a guardare l'elenco dei fatti che sconvolsero Mamoiada nell'arco di un ventennio, da metà degli anni Settanta a metà dei Novanta. Ma quel libro potrebbe scriverlo uno dei diretti protagonisti, l'ex Primula Rossa Annino Mele – oggi sessantunenne e in carcere condannato all'ergastolo – che col tempo e la riflessione ha rivelato insospettabili qualità di narratore e ha dato alle stampe alcuni volumi. E di sicuro sarebbe un best seller. Perché non dissimilmente da quanto era accaduto pochi anni prima a Roma con la Banda della Magliana, come efficacemente ha raccontato Giancarlo De Cataldo, anche a Mamoiada fecero la loro comparsa mitra, autoblindate e autobombe, attentati dinamitardi in stile Capaci, caffè alla stricnina, killer travestiti da forze dell'ordine, rapporti con mafia e criminalità organizzata (non esclusa la stessa Banda della Magliana, probabilmente). E ci furono alcune decine di morti.

Questo per dire che fanno bene il sindaco e gli amministratori di Mamoiada a denunciare la nuova delinquenza che si sta affacciando, in modo prepotente, su una comunità che con fatica ha ricostruito il proprio senso di appartenenza, ha ritrovato un orgoglio di sé che passa attraverso il lavoro e prodotti agricoli di nicchia, l'accoglienza e il culto della tradizione (si pensi ai Mamuthones) con uno sguardo che sa anche rivolgersi al futuro. Se sollevano il problema, il sindaco e chi gli sta accanto, è perché hanno tutti gli strumenti, e la memoria storica, per capire che il salto di qualità è sempre un passo più avanti. Dicono che la gente di Mamoiada ha già dato, e non vuole più vivere in un clima di violenza che mette a rischio la serenità di ciascuno.

Per capirlo meglio, basta andarsi a guardare le cronache di quegli anni, per esempio del 1990, così cruciale e denso di episodi criminali al limite dell’incredibile. Anche allora il consiglio comunale prese posizione, certo in un contesto di violenza del tutto diverso, dove all'assassinio di un esponente del clan dei Mele corrispondeva nel giro di poche settimane un agguato alla famiglia Cadinu. Ma a scorrere il lungo elenco di morti ammazzati vengono fuori altre famiglie che apparentemente non avevano legami con i clan in lotta. Il consiglio si rivolse loro come avrebbe fatto l'Onu con due nazioni in lotta: «Occorre mettere in pratica il messaggio che viene dalla storia: tutti i maggiori conflitti fra stati e uomini si sono conclusi con la volontà delle parti di giungere a trattative di pace, anche attraverso arbitrati esterni», era scritto in un documento del 15 marzo 1990. Ma cos'era accaduto di così grave? Pochi giorni prima due killer travestiti da carabinieri si erano presentati a casa Cadinu (distante appena un centinaio di metri dalla caserma dei veri carabinieri) e al bambino che aveva aperto il portone avevano detto che si trattava di un normale controllo dei documenti degli zii Enzo e Marcello. A trovarsi per primo faccia a faccia con i sicari era stato quest'ultimo, il quale per nulla insospettito aveva chiamato il fratello maggiore. Era stato proprio Enzo a cadere mortalmente sotto le raffiche di mitra, che avevano ferito anche Marcello e, di striscio, la sorella Maria Antonietta. La trappola ben congegnata, assolutamente inedita per la Barbagia, aveva portato a credere che i sicari venissero da lontano, magari in prestito dalla criminalità organizzata.

Del resto, il ricorso a metodi mafiosi nella guerra tra i due clan c'era stato appena un anno prima, quando qualcuno aveva cercato di avvelenare Annino Mele, rinchiuso nel carcere di Badu 'e carros dopo la cattura nel 1988, con un caffè alla stricnina. Come avvenuto tanti anni prima per Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, e in seguito per il finanziere Michele Sindona (il cui nome si intreccia con Mamoiada per la vendita di un terreno turistico, Orvile, per il quale, dicono le indagini, morirono tre fratelli). L'ex Primula Rossa si salvò solo perché aveva cominciato da poco a prendere il caffè senza zucchero e ne bevve solo un piccolo sorso. L'accostamento con la mafia e le sue tecniche del resto si riaffacciò in quello stesso 1990, una decina di giorni dopo l'agguato ai Cadinu. A farne le spese, Gianni e Marcello Mele, fratelli minori di Annino. I due viaggiavano sulla Nuoro-Mamoiada, la vecchia statale 389. All'ingresso di una curva, un sicario armato di telecomando fece esplodere due chili di tritolo che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto far precipitare un grosso masso proprio sopra la macchina. Sull'auto dei Mele piovvero però solo schegge di pietra, e poco dopo una selva di pallettoni. Ma quell'Alfetta era completamente blindata, e si salvarono. Gianni Mele morirà appena un mese dopo sotto i colpi dei killer mentre attraversava il paese su una moto da cross senza targa.

Sembrano cronache da un altro mondo, ma accadevano appena un generazione fa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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