Il diktat dell’Europa: l’acqua dei sardi sarà privatizzata

Così è arrivata l’approvazione dalla Commissione europea. Vincolata la capitalizzazione di Abbanoa della Regione. I debiti della società continuano ad aumentare. E l’inchiesta giudiziaria va avanti

CAGLIARI. Ce lo chiede l’Europa: forse sarà questa la formula con cui l’amministrazione regionale farà ingoiare ai cittadini sardi la privatizzazione dell’acqua pubblica. Certo è che da qui a un numero imprecisato di anni, con Abbanoa ormai prossima al baratro finanziario, la Regione sarà costretta a offrire sul mercato il servizio idrico dell’isola. Perché è vero che la decisione dell’amministrazione Cappellacci di capitalizzare Abbanoa con 148 milioni di euro tra il 2013 e il 2017 ha incassato il via libera della Commissione europea. Ma la stessa delibera numero 35, firmata dal governatore il 28 agosto scorso, contiene quelle che appaiono come condizioni inderogabili perché il finanziamento non sia considerato un aiuto di Stato e fra queste c’è la privatizzazione del servizio.

La delibera. Basta leggere quanto è scritto nella terza cartella: «La commissione ha ritenuto appropriate quali misure per minimizzare gli effetti negativi dell’aiuto per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà la riduzione di tre anni della durata della concessione alla società Abbanoa spa e l’apertura al mercato dei servizi idrici in Sardegna allo scadere della concessione mediante una gara aperta, trasparente e non discriminatoria». Sono parole chiarissime: la Regione dovrà chiudere il rapporto con la concessionaria Abbanoa e con la sua gestione sciagurata nel 2028 e non nel 2031, ventitrè anni dopo la stipula del contratto. A quel punto il servizio idrico sarà messo a gara pubblica, con inevitabili riflessi sulla tariffa. I sardi non saranno più i padroni della propria acqua.

Impegno capestro. L’impegno assunto dall’amministrazione Cappellacci a rispettare questa condizione è tutt’altro che generico, tant’è che la Regione è vincolata ad aumentare la propria rappresentanza nel capitale sociale di Abbanoa fino a raggiungere una quota maggioritaria proprio per assicurare «l’integrale rispetto della decisione» assunta dalla Commissione europea «comprese le condizioni contenute». I passaggi successivi della delibera Cappellacci sembrano quasi voler giustificare la scelta di infilare la testa nel giogo della Commissione europea con la necessità di garantire la continuità del servizio idrico. Garanzia indispensabile, che la Regione pensa di offrire con la capitalizzazione di Abbanoa spalmata sui prossimi cinque esercizi finanziari.

Denaro buttato. Ma la domanda che sorge spontanea è questa: basteranno 148 milioni di euro, concessi alle condizioni-capestro stabilite dall’Europa, per salvare la società concessionaria del servizio idrico dall’implosione finanziaria? Le parole usate dal revisore legale e i pareri diffusi anche all’interno della politica sembrano indicare il contrario. Ma forse un esame indipendente delle disponibilità in campo può aiutare a capire meglio quale sia la situazione reale di Abbanoa: i 55 milioni di euro concessi per il 2013 non sono sufficienti neppure ad assicurare le buste-paga ai 1434 dipendenti censiti al 31 dicembre 2012, numero in crescita perché la direzione generale ha appena disposto nuove assunzioni. Il costo annuo del personale ammonta infatti a 58,7 milioni di euro.

Rigore. La sopravvivenza della società e la copertura dei debiti dovrebbe quindi essere ancorata a una gestione rigorosa ed economica, con la massima attenzione al recupero dei crediti. Ma a leggere i dati contenuti nel bilancio e nella sequenza di relazioni firmate dal revisore legale e dai sindaci qualsiasi ipotesi ottimistica appare poco credibile. Vediamo ancora le cifre: i debiti maturati alla fine del 2012 ammontano a 828 milioni di euro per un passivo totale, compresi gli aggi sui prestiti, pari a 954 milioni. I debiti più preoccupanti, quelli a dodici mesi, sfiorano i 400 milioni. L’esposizione verso le banche, certificata nelle comunicazioni del collegio sindacale, è di 100 milioni ed è inferiore di 22 milioni e mezzo rispetto al 2011. A fronte di questa situazione disastrosa, Abbanoa dichiara nel bilancio 2012 l’esistenza di crediti commerciali per 556 milioni al netto di una svalutazione pari a 51 milioni. La cifra salirebbe a 619 milioni coi crediti tributari, imposte anticipate e altre voci. Solo che sul reale ammontare dei crediti non c’è modo di fare alcuna verifica. E’ il revisore legale Michele Caria a confermarlo nella sua relazione contabile: «In occasione della relazione al bilancio dell’esercizio chiuso al 31 dicembre 2012 – scrive il professionista – ho dovuto manifestare l’impossibilità all’espressione del giudizio a causa delle incertezze manifestate dallo stesso organo amministrativo e derivanti dall’assenza dell’inventario crediti verso clienti quadrato con la contabilità sociale». In altre parole: nel marasma dei conti di Abbanoa nessuno è in grado di stabilire quali siano i crediti reali ed esigibili destinati ad alleggerire il bilancio. La sola certezza è il colossale contenzioso che la società diretta da Sandro Murtas deve affrontare con il suo plotone di trenta avvocati privati, tra ricorsi al giudice civile, ricorsi amministrativi e procedimenti penali che scoraggiano qualsiasi previsione sul futuro dell’azienda.

L’ottimismo. Conti alla mano, sfrondati dalle alchimie interpretative e dall’ottimismo che continua a grondare nelle comunicazioni interne («il debito cresce in misura decisamente minore sull’anno precedente» scrive Murtas in una mail dai contenuti involontariamente comici) la realtà finanziaria di Abbanoa spegne qualsiasi speranza, l’aiuto regionale ottenuto a condizioni inaccettabili sembra utile solo a prolungare l’agonia del concessionario in vista di una privatizzazione che potrebbe essere molto più vicina di quanto indicato dalla Commissione europea.

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