La musica delle pietre davanti a Michelangelo e Cimabue

Santa Croce ospita “Semi di pace Suoni di pietra Città sonore” di Pinuccio Sciola

FIRENZE. Negli anni scorsi Firenze ha avuto modo di ospitare grandi eventi che riguardavano artisti sardi, tra cui, nel 2004, Costantino Nivola al Forte Belvedere e; nel 2008, Francesco Ciusa a Palazzo Medici Riccardi. Oggi Firenze ha aperto ancora a un artista sardo uno dei suoi scrigni per accogliere degnamente le sculture di Pinuccio Sciola.

È un ambiente dedicato alla pace e alla bellezza quello che ospita le opere di Sciola. Il Chiostro della Basilica di Santa Croce, è luogo di quiete e spiritualità e, nonostante le centinaia di turisti che quotidianamente percorrono i vialetti, mantiene inalterato quel magico alone di sacro che permea tutto l'ambiente circostante. E d'altronde non può essere altrimenti in una struttura che ospita la Cappella dei Pazzi ideata da Brunelleschi, il crocifisso di Cimabue, completamente restaurato dopo i danni dell'alluvione del 1966, e tante altre opere, testimonianza di arte e cultura che sono le parole simbolo per comprendere e vivere Firenze.

In simbiosi con tali opere si è inaugurata domenica, la mostra “Semi di pace / Suoni di pietra / Città sonore” di Pinuccio Sciola. All'inaugurazione erano presenti oltre duecento persone, richiamate dal tam-tam dell'Acsit (il circolo dei sardi di Firenze) ma anche dalla copertura dei media, incuriositi dall'originalità dalle pietre sonore di Sciola.

Una preparazione meticolosa quella di Sciola che da un paio di giorni stazionava fisso nel chiostro, studiando gli ambienti e la miglior collocazione per le sue opere. «Ho una sensazione di felicità immensa – dichiara – al solo pensiero di poter accomunare le mie pietre a questi luoghi, a queste opere che sono quanto di più grande l'arte abbia saputo produrre».

La Cappella dei Cerchi, che accoglie l'installazione “Città sonore”, costituita da decine di pezzi lavorati da Sciola, è una piccola sala dominata da un lato dal crocifisso del XIII secolo, dall'altro da una ceramica di Andrea della Robbia. Nel mezzo le opere di Sciola separate da una superficie riflettente che dilata e deforma gli spazi, dando un senso di infinito all'intervento artistico. E Sciola controlla ogni singolo pezzo, lo accarezza ricavandone suoni, lo sistema infine nella sua collocazione definitiva che deve risultare armonica con l'insieme dei pezzi esposti. “Città sonore” è un grande puzzle di forme, di cuspidi, scanalate e tagliate a creare sottili lamine di pietra o delicati arabeschi, quasi dei ricami. Un insieme di forme che disegna profili urbani che richiamano grandi megalopoli e futuribili centri urbani. Il tutto, però, senza violenza, senza prevaricazione, ma in uno stato di perfetta armonia con il crocifisso del '200 e con le ceramiche robbiane che, anzi, contribuiscono ad accentuare la “sacralità” dell'intervento.

E la sacralità insita nelle opere di Sciola è stata ampiamente sottolineata nella presentazione, che si è rivelata quasi come una vera e propria lezione magistrale, con gli interventi più che qualificati di Sergio Givone, assessore alla cultura del comune di Firenze, dell'architetto Renzo Manetti e dello stesso Sciola. «Liberare un suono è musica – ha detto Givone – e Sciola libera la musica dell'origine. La musica della nascita racchiusa in una pietra. Sciola compie un gesto sublime, invitandoci a cercare la bellezza dove sembra impossibile trovarla: in una pietra». Ed è proprio in tale sublimazione che si focalizzano gli aspetti peculiari della ricerca dell'artista sulla “sacralità” della pietra che si anima e, grazie al suono, rende percepibile lo spirito che racchiude in sé.

Ma più dei discorsi a parlare sono state le pietre che, nel Cenacolo dominato dal grandioso affresco di Taddeo Gaddi, sotto le lievi carezze di Sciola, hanno iniziato a cantare nenie antiche, richiami ancestrali che fluivano nell'aria e che investivano i sensi del pubblico che, estasiato dalla magia di quelle melodie, guardava e ascoltava, quasi incredulo, quel bianco calcare che “cantava”.

Una forte emozione ha attraversato la sala e ha coinvolto anche l'artista, visibilmente commosso per aver potuto avvicinare la sacralità delle sue opere alla sacralità del luogo che lo ospitava.

Nel giardino del Chiostro la percezione del senso di infinito è ancora maggiore, la dove la mostra si snoda con i “Semi di pace” dislocati lungo il vialetto che conduce alla Cappella dei Pazzi, al cui interno è stata collocata un'opera di Sciola: un germoglio di calcare nell'atto di sbocciare e pronto ad emettere i suoni che racchiude al suo interno.

I “Semi di pace” rimandano in maniera netta al forte legame che lega Sciola e le sue opere alla natura. Perché se è vero che Sciola parla con le pietre, è vero anche che ad esse affida i suoi messaggi. E i blocchi grezzi di basalto che si aprono e fanno intravvedere forme perfette e definite raccontano di una evoluzione in atto; una genesi che dalla pietra grezza si trasforma in qualcosa di definito che Sciola chiama pace, ma potrebbero benissimo essere semi di cultura, semi di civiltà, semi di progresso, semi di qualcosa che si forma, nasce, cresce e si sviluppa nella coscienza degli uomini.

D'altronde Sciola lo dice sempre (e oggi l'ha ripetuto) «Io sono nato da una pietra. La pietra è la memoria universale del mondo. La pietra che racchiude i suoni che ci sono da sempre».

La pietra, quindi, non come elemento statico e inerte, ma come entità viva, in grado di toccare i sensi e di ingenerare emozioni. E il massimo momento di emozione vera lo si è toccato quando Sciola, con una vera e propria performance pensata e improvvisata nel giro di un paio d'ore, ha fatto cantare le sue pietre all'interno della Basilica di Santa Croce, davanti alla tomba di Michelangelo. L'omaggio di Sciola al grande artista del passato, ha determinato una reazione a catena dentro Santa Croce, con le note che conquistavano gli spazi della Basilica e il silenzio dei presenti che seguivano l'esecuzione. E mentre la musica fluiva dalle pietre sollecitate da Sciola, il silenzio diventava quasi religioso, coinvolgendo anche gli ignari turisti in un evento unico durante il quale si è avuta la netta percezione che, in quel momento, quel segnale musicale percorreva l'animo di tutti, conciliando, al pari delle opere di Sciola, quell'unità tra lo spirito e la materia, tra lo spirito e il corpo, come solo le cose belle e grandi riescono a fare.

La mostra, presso il Chiostro della Basilica di Santa Croce a Firenze, è aperta sino al 13 ottobre, dalle ore 09.00 alle ore 17.00 (ingresso gratuito).Il catalogo della mostra (Gangemi Editore, pag. 143 - euro 28,00) è curato da Caterina Virdis Limentani e Roberto Favaro

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