La Nuova Sardegna

Bodei: «Il futuro di una società smarrita»

di Giacomo Mameli
Bodei: «Il futuro di una società smarrita»

Al “Festival della filosofia” di Cagliari lo studioso traccia una mappa del mondo d’oggi, realista ma venata di pessimismo

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CAGLIARI. Remo Bodei, cattedra nei Due Mondi fra l'Ucla di Los Angeles e la Normale di Pisa, uno dei protagonisti del festival della Filosofia in corso a Cagliari (dove è nato ad agosto del 1938), legge l'oggi con la lente universale della storia, anche di quella più antica. Con evidente realismo venato da un po' di pessimismo. Riprendendo il titolo di uno dei suoi fortunati libri (“Altre vite”) dice : «Oggi vedo crescere soprattutto vite precarie, è difficile immaginare che questa crisi sia episodica, non credo come Serge Latouche che il futuro sia fatto solo di silenzi, paesaggi e culture. I Continenti e i Paesi in sofferenza economica cercano di imitare i modelli occidentali fatti di comfort. Chi sta male in Africa e in Asia sogna il nostro mondo. E il comfort va assicurato, oggi avviene col petrolio, domani avverrà con l'acqua, sempre più contesa non solo sulle rive del Giordano. Sul futuro mi sembra di vedere solo una saracinesca abbassata. È una società smarrita. Non si sa rispondere alla ricerca del Quo vadis».

Una risposta - davanti a tanto smarrimento - è l'esplosione dei populismi?

«I populismi crescono in tutto il mondo, Stati Uniti compresi col T-Party. Avviene perché la politica non ha più strumenti efficaci ed efficienti, perché non si trova quasi un luogo istituzionale che non sia una mangiatoia e provochi reazioni tra la gente e ostilità verso i governi. Ed esplode la rabbia. Anche in Italia, dove i populismi – pur con abissali differenze fra loro – si moltiplicano. È populismo pericoloso quello di Silvio Berlusconi che con promesse mai mantenute tanti guai ha provocato al Paese, ma lo sono anche quello di Beppe Grillo e perfino quello di Matteo Renzi. La politica è diventata quella che annuncia, che proclama e declama non quella che realizza e risolve. Penso alla follia dei Cinquestelle che propongono l'uscita dall'euro. Se dovessero vincere - cosa a cui non credo- che cosa farebbero una volta giunti nelle stanze dove occorre agire? Mi chiedo spesso se usano la ragione. Si rendono conto di che cosa succederebbe e di che cosa sarebbe successo senza lo scudo dell'euro?».

Potrà rispondere la Ragione illuministica che ha avuto la sua culla proprio nell'Europa inquieta di oggi?

«Vorrei fare più di un passo indietro guardando l'oggi. Nell'Europa occidentale stiamo vivendo quasi settant'anni di pace, fatto insolito nella storia. Giaime Pintor parlava del “suolo vulcanico europeo” ricordando le tante guerre combattute, il tanto sangue versato. Cercando l'origine turbolenta e la pace di cui godiamo oggi senza valutarne la sua portata sociale, l'Europa è attraversata da linee di frattura che sono anche altrettante faglie politiche. Fratture tettoniche fino ad oggi sanate. Penso alla linea del Reno. Per i Romani il limen germanico-retico arrivava fino all'Olanda. L'altra faglia era quella tra Kosovo e Albania, tra Impero Romano d'Oriente e Impero Romano d'Occidente. L'altra frattura politica era tra impero ottomano e quello austroungarico poi riprodottasi con la Cortina di ferro. Queste faglie politiche si sono scontrate per millenni. Oggi 510 milioni di persone vivono in pace, in 28 Stati che vanno dalle Azzorre a Cipro e dal Polo Artico a Malta. Si è formato un gigante economico con una ricchezza elevatissima. Ma a ciò si contrappone un nano politico dove i populismi dei quali parlavamo raccolgono consensi dalla Francia di Marine Le Pen all'Italia della Lega, di Grillo e di Berlusconi: vivono di annunci urlati non di ragionamenti».

Perché? E ancora: è un fenomeno irreversibile? Più populismi e meno democrazia partecipata?

«Perché la politica ha perso la sua natura, perché è venuto meno il ruolo regolatore dei conflitti proprio da parte della buona politica. In questa assenza prevalgono le ragioni di un popolo indeterminato che soffre la disoccupazione, il calo dei livelli di assistenza sociale. Quel popolo rinfaccia urlando ai governi sia la corruzione estesa che - carenza molto più accentuata - l'ingigantirsi delle incompetenze da parte di chi deve decidere e agire. Tale deriva non è solo europea ma mondiale. Gli Stati non hanno più l'autorità di cui godevano prima. Sopra di loro, piaccia o non piaccia, ci sono i mercati, la grande finanza che ha in mano le redini del governo mondiale dell'economia e, perciò, della società. Ha sempre meno voce in capitolo le citoyen con i suoi diritti politici. Dettano legge la City, Wall Street, Piazza Affari, le borse di Tokio e Pechino».

Sta parlando come Papa Francesco?

«Poco dopo le Torri Gemelle chiacchieravo con un cardinale che smentiva con certezza che dietro l'attentato ci fosse la mano di Saddam Hussein. Richiesto del perché di tanta sicurezza mi aveva detto che la chiesa ha le antenne in tutto il mondo, villaggio per villaggio. Papa Francesco è il terminale di tutte queste antenne che captano il disagio sociale, gli immigrati, le guerre, il grande cimitero del Mediterraneo, ascolta la voce delle favelas non dei grattacieli. Lo fa con metodo. Fino agli anni '70 la ricchezza era legata all'industria vera e propria che creava lavoro. Oggi è avvinghiata attorno alla speculazione che il lavoro distrugge o comunque assottiglia. Se la ricchezza reale è valutata uno, quella finanziaria vale sette. Ma siamo davanti a un castello di carta che può creare frane, mutui subprime docent. In 24 ore la finanza si gioca l'equivalente del Pil di tutta la Francia. Ma per chi crea benessere? Per i più o per i meno? Il Papa ha intercettato i segnali che lanciano queste antenne. Questa forma di capitalismo crea malessere all'interno di Stati che hanno perso sovranità. Joseph Schumpeter diceva che il capitalismo finirà necessariamente non per i suoi insuccessi ma per i suoi successi. Farà attorno a sé terra bruciata e scatenerà, per stare al nostro tema, i populismi».

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