Bene Bressan, un po’ meno il concerto
Cagliari, gli appuntamenti di venerdì e sabato al teatro Lirico hanno mostrato un 1° e un 3° tempo un po’ monocorde
CAGLIARI. Che Filippo Maria Bressan amasse in particolar modo Haydn si era già constatato. Da «La Creazione» per esempio o dalla «Trauer Symphonie», egregiamente dirette sempre al Lirico, nelle passate Stagioni. Ecco perché, riguardo al concerto tenutosi venerdì (e replicato sabato), varrà la pena cominciare dalla fine.
Ultima pagina, infatti, dopo due titoli mozartiani, era la «Sinfonia n.104» di Franz Joseph Haydn. Ultima anche a venir composta, nel 1795, e detta “London” giacché scritta in tale città. Fra le sue più mature, sofisticate e complesse, l’austriaco maestro della forma sinfonica e della “forma-sonata” vi realizzò quasi una summa della propria arte componistica.
Un universo di soluzioni stilistiche e di sviluppi tematici che la sopraffina orchestrazione, la gestione perfetta dei pesi sonori tra foreground, middleground e background gli permise di organizzare in un’architettura musicale efficacissima. E Bressan, dal canto suo ne dà lettura notevole, dettagliata, palesemente partecipe.
Già nell’introduttivo «Adagio», l’Orchestra del Lirico si accende in arcate di pungente cavata. Capace poi, nel successivo «Allegro», di scandire con perizia “legati” e “staccati”, fra scalpitanti incisi, sussulti ritmici di semicrome “in levare”, o le numerose, espressive forcelle di dinamica: viene resa appieno, così, l’instancabile e festosa vorticosità del I° movimento.
Non meno il II° – quel meraviglioso «Andante» in un’eccentrica forma di “tema con variazioni” – restituito in tutta la sua geniale bellezza, in ogni metamorfosi della melodia il cui incedere vuol farsi ora spensierato ora pensieroso.
O nel «Menuetto», III° tempo, dove Bressan indugia nei silenzi, assapora le lunghe pause, e gioca squisitamente con i “rallentando”. O nelle fioriture policrome e cristalline del «Finale», dove ci fa sentire quanto Haydn abbia anticipato, di molto, l’impeto “tersicoreo” che Beethoven esplicherà nella Sesta e Settima Sinfonia. In Mozart, stranamente, non osa altrettanto.Non c’è il medesimo trasporto direttoriale.
Nella “Linz”, la «Sinfonia n.36» K.425, convincono abbastanza il «Poco Adagio» e il «Presto» (2° e 4° movimento), ma siamo comunque distanti dalla varietà di colori e dalla ricercatezza interpretativa riscontrate nella “London”.
Soprattutto sul 1° e 3° tempo, si avverte un’esecuzione tendenzialmente monocorde; pulita, per carità, ordinata, luminosa, ma carente nella diversificazione delle dinamiche. Meno a “tinta unita”, forse, l’esecuzione del «Concerto n.20» K.466. Al pianoforte un Roberto Cominati non troppo esaltante, lui pure preciso ma dall’escursione dinamica un po’ ristretta, fraseggi tiepidi, e coperto più d’una volta dall’orchestra. Due originali bis: parafrasi di Horowitz sulla bizetiana «Carmen» e la «Milonga del ángel» di Piazzolla.
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