I periti: «Non erano attivi i controlli sulla centrale»
La nube nera: insufficiente il monitoraggio dell’azienda, in tilt quello esterno Sotto accusa anche le procedure per la sperimentazione del carbone fluido
NUORO. Nessun monitoraggio della combustione interna attivo il giorno dell’esplosione, ma anche nessun monitoraggio della qualità dell’aria esterna alla centrale elettrica. Per uno strano scherzo del destino, dal giorno prima dell’esplosione (avvenuta intorno alle 23.15 del 14 aprile 2013) sino al giorno dopo, l’unica centralina di monitoraggio nel territorio di Ottana non funzionava perché priva di alimentazione elettrica.
Per questo motivo, concludono i tre consulenti del sostituto procuratore Andrea Vacca, «è possibile affermare che nel periodo temporale in cui è possibile collocare l’evento (esplosione con rilascio di inquinanti dal camino E7) la centrale di Ottana Energia Spa non rispettava i limiti delle emissioni, in quanto la quantità di particolato espulsa e ritrovata a distanza nel territorio di Noragugume, pur in un lasso temporale ristretto dell’evento, comportava un’emissione di molto superiore ai limiti delle polveri di incombusti e di monossido di carbonio utilizzati».
Nella corposa consulenza sul caso delle “pecore nere” di Ottana, depositata in Procura a Nuoro, i tre esperti Roberto Monguzzi, Paolo Pirisi e Mauro Sanna mettono sotto accusa il sistema di monitoraggio della centrale e anche quello esterno, non gestito dall’azienda. «I monitoraggi dell’aria e dell’ambiente – scrivono – sarebbero stati indispensabili anche per un’adeguata valutazione di impatto ambientale».
I tre consulenti mettono sotto accusa anche le procedure amministrative legate all’avvio, nella centrale, della sperimentazione con l’utilizzo del carbone fluido, ovvero il Cwf, il “coal water fuel”. E ne ricostruiscono tutti i passaggi. Il 17 ottobre «la società Ottana Energia comunica all’amministrazione provinciale di Nuoro l’avvio di sperimentazioni presso la centrale di Ottana sulla centrale termica con utilizzo di Cwf, configurando tale attività come “modifica non sostanziale ai sensi dell’articolo 269 del decreto legislativo 152 del 2006”». Il 4 dicembre dello stesso anno, la Provincia di Nuoro risponde al gestore dell’impianto dicendo in sostanza che sulla materia avrebbe chiesto un ulteriore parere al ministero dell’Ambiente, perché a suo parere la modifica che Ottana Energia stava apportando nell’impianto era invece “significativa” eccome. Il 27 dicembre, poi, arriva la risposta del ministero dell’Ambiente che – scrivono i consulenti – «risponde alla richiesta di parere della Provincia, confermando l’insussistenza della richiesta del gestore e riservandosi di emettere un parere definitivo alla conclusione dell’istruttoria da parte della Provincia di Nuoro. La stessa Arpas ha prescritto comunque l’adozione di precauzioni tecniche atte ad evitare il rischio di formazione di diossine (inquinante attualmente non previsto) correlabile all’eventuale presenza di cloruri nell’acqua utilizzata per la formazione della miscela acqua-carbone».
Alla data del 14 aprile 2013, insomma, secondo quanto ricostruito dai tre consulenti del pm Andrea Vacca, la Provincia non aveva ancora dato il nulla osta a procedere con l’utilizzo del Cwf, il carbone fluido. Quell’autorizzazione, infatti, venne rilasciata solo il 12 settembre del 2013, ovvero cinque mesi dopo l’esplosione avvenuta all’interno della caldaia G200.
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