La Nuova Sardegna

Basta, ridatemi “Bayside School”

di Lolla Spano
Basta, ridatemi “Bayside School”

Quando non c’era l’incubo del rosa schiapparelli e del radiant orchid

30 maggio 2014
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Chi l'avrebbe mai detto che un giorno avrei rimpianto programmi come Bayside School, con quei total look in jeans che avrebbero fatto accapponare la pelle anche alle protagoniste di Geordie Shore, o le commedie romantiche anni Ottanta con l'adolescente sfortunata di turno con i capelli cotonati che non veniva mai invitata al ballo scolastico? I film in cui la protagonista passava dall'essere brutta a bella semplicemente togliendosi l'apparecchio e gli occhiali da vista? Chi l'avrebbe mai detto che in realtà la carta vincente era la delicata timidezza dietro quei fondi di bottiglia?

Non avrei mai pensato che un giorno anche io avrei detto che era meglio prima. E non lo avrei mai pensato perché dirlo è disperatamente "old". Ma devo piegarmi all'evidenza e non posso fare a meno di pensare che, almeno quelle, erano storie nelle quali le adolescenti e giovani donne di tutto il pianeta, quelle che combattevano con i brufoli al mattino, con la timidezza insuperabile, con la certezza di non essere la cheerleader della situazione, potevano identificarsi. Ora esistono decine di programmi riadattati sull'argomento, in cui il fine ultimo è liberare il cigno dentro ognuna di noi, ma invece di Julia Roberts in “Mystic Pizza”, trovi Enzo Miccio che detta legge, vestito come se ogni giorno dovesse andare a un brunch (e mi fustigo per aver scritto brunch) con la regina Elisabetta. O Carla Gozzi che dà "semplici consigli" per essere sempre al top in ogni occasione. Tipo un "immancabile vernissage", che altro non è che l'apertura di una mostra d'arte, ma il fascino che la avvolge dicendolo in francese è innegabile; o l'outfit per un "briefing", che effettivamente, chiamarla riunione fa troppo anni Novanta. Oppure il look giusto per un pomeriggio in piscina. E come dimenticare l'imperativo "mai senza tacchi nemmeno per andare a fare la spesa". L'ultima volta mi si è incastrata la scarpa nelle scale mobili dell'Auchan e, superato l'ostacolo non senza ripercussioni sulla mia autostima, sembravo comunque un T-Rex che spingeva un carrello. Ma nonostante ciò, un misto di sensazioni contrastanti coesistono civilmente dentro di me e mi spingono a continuare a guardare quei programmi sia per una inspiegabile simpatia mista a sadismo, sia per vedere fin dove si possono spingere: quale altra sfumatura di colore potranno coniare, dopo il Rosa schiapparelli, il Grigio nebbia di Milano o il Giallo scorza di limone… continuando con tutta una terminologia incomprensibile anche a Karl Lagerfeld. Perché in effetti, alle 7 del mattino, quando hai la stampa del cuscino tatuata in faccia e ringhi a qualsiasi persona ti si rivolga, il tuo primo pensiero dovrebbe essere che il Radiant orchid quest'anno è un must, o che, inaspettatamente, il Pied de poule è già superato.

Niente da fare, non riesco a stare dietro a tutto questo e lo sguardo inquisitorio di Enzo che mi penetra dallo schermo mi provoca qualcosa di molto simile all'eritema solare (ma non mi gratto, non è chic). Rivoglio i vecchi programmi, rivoglio i tempi in cui anche se avevi l'abito del ballo verde pisello (e non Green prato inglese) con tremendi orecchini tipo palla stroboscopica da discoteca (e non raffinatissimi chandelier) nessuno avrebbe mai detto «ma come ti vesti?».

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