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analisi/ il processo per il disastro ambientale

Perdasdefogu, la perizia finale lascia aperti troppi interrogativi

di Piero Mannironi
Perdasdefogu, la perizia finale lascia aperti troppi interrogativi

Può sembrare un paradosso, ma l'unica certezza è che non c'è niente di certo. Perché l'attesa "superperizia" chiesta dal Gup di Lanusei Nicola Clivio non approda a conclusioni sicure e soprattutto...

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Può sembrare un paradosso, ma l'unica certezza è che non c'è niente di certo. Perché l'attesa "superperizia" chiesta dal Gup di Lanusei Nicola Clivio non approda a conclusioni sicure e soprattutto non offre risposte inoppugnabili alla domanda di fondo che l'ha ispirata. E cioè se l'attività militare nei 13.500 ettari del poligono abbia prodotto una situazione che ha avuto e ha riflessi gravi sulla salute e sull'ambiente.

La relazione di 79 cartelle depositata dal docente di Chimica delle radiazioni del Politecnico di Milano, Mario Mariani, è dunque l'ennesimo capitolo di una lunga storia fatta di appuntamenti mancati, di risposte deludenti e di dubbi che si perpetuano. Di più: al di là del modo retorico con la quale è stata chiamata, "superperizia", quella di Mariani appare oggettivamente più "povera" rispetto a indagini tecnico-scientifiche precedenti. E questo è uno dei motivi di perplessità sulle conclusioni alle quali la perizia arriva.

In estrema sintesi, il professor Mariani dice che all'interno del poligono non c'è stato un disastro ambientale e non sono state trovate tracce di inquinamento radioattivo. Una conclusione che dovrebbe perciò rassicurare e assolvere i militari da ogni responsabilità giuridica e morale. E invece non è così. Perché è lo stesso perito del Gup di Lanusei ad ammettere i limiti delle sue conclusioni quando dice che sono necessari approfonditi studi interdisciplinari: «La situazione richiede che siano coinvolte fin da subito molteplici competenze tecnico-scientifiche-sanitarie che in modo sinergico e coordinato affrontino le problematiche evidenziate. Dovranno pertanto essere coinvolte più figure professionali che insieme riescano a coprire tutti gli ambiti necessari e diano ampie garanzie per affrontare problematiche di tipo diverso (chimico, ambientale, biologico, geochimico e geologico, veterinario, sanitario, tossicologico e anche ingegneristico ambientale)».

Insomma, come dire: c'è ancora molto da fare per capire e quanto è stato verificato è del tutto insufficiente a dare risposte certe alle domande del giudice. Ma c'è molto di più. Il professor Mariani ritiene infatti probabile che si siano verificate condizioni ambientali molto critiche per la salute.

Si legge infatti alla pagina 40 della perizia: «L'attività militare condotta nel Poligono ha favorito la dispersione di particolato con presenza di specie contenenti uranio, torio e contaminanti tossici di varia natura. Questa situazione ha sicuramente riguardato in modo più esteso e massiccio la zona Torri (area P5 o C), che dal punto di vista litologico presenta valori di fondo elevati in minerali contenenti uranio e torio naturali e altri potenziali contaminanti. In tale area sono stati ripetuti nel tempo i brillamenti di considerevoli quantità di esplosivi e ciò ha favorito la mobilizzazione di particolato contenente i radionuclidi insieme ad altri ossidi e aggregati di composti di natura metallica e non. Il particolato quindi è stato disperso all'interno della stessa area e con molta probabilità può aver interessato anche le aree più vicine (P4-B, P6-D, P7-E). In aggiunta, con fenomenologia di volta in volta dipendente dalle condizioni meteo-ambientali (umidità, direzione e intensità del vento, orografia, etc.) e del particolato stesso (altezza raggiunta nell'esplosione, dimensione, densità e reattività chimico-fisica delle particelle prodotte, etc.), il particolato potrebbe essere stato trasportato fino alle aree esterne circostanti il Pisq (l'acronino con il quale viene chiamato il poligono di Quirra). Questi fenomeni, nel loro insieme, potrebbero aver generato episodi di contaminazione acuta qualora una frazione importante di particolato fosse stata inalata o inferita accidentalmente".

Dice e non dice, il perito del Gup che sembra camminare diplomaticamente tra una tesi e il suo contrario. Se da una parte infatti conviene che il particolato creatosi con le esplosioni possa essersi diffuso creando seri rischi alla salute, dall'altra afferma che «le nanoparticelle recentemente sono oggetto di studio e costituiscono una delle frontiere, ancora poco esplorate, della nano-tossicologie».

Ma la vera debolezza della perizia del professor Mariani è nei limiti che lo stesso perito dichiara. Per esempio: non è stata esaminata alcuna matrice biologica (vegetale e animale), non è stato raccolto ed analizzato alcun campione di particolato aerodisperso e l'analisi delle acque è ridotta ad appena sette campioni prelevati dai pozzi nel periodo estivo, quando le acque sono stagnanti e, quindi, poco rappresentative.

Infine, c'è il numero inadeguato dei campionamenti del suolo: appena 125. Davvero pochi, se si pensa che i campionamenti effettuati a suo tempo da Sgs-Arpas erano stati 640. E tra questi, quelli presi all'esterno dell'area del poligoni sono soltanto 19 contro i 234 analizzati da Sgs e da Arpas.

E infine resta il silenzio assordante sul Torio 232 trovato nelle ossa di 12 dei 15 pastori morti di leucemia a Quirra e sulle nanoparticelle trovate nei tessuti di alcuni malati di tumore che vivevano intorno al poligono. Su questi fatti il “superperito” non dice una parola.

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