Castellina: «Lo abbiamo combattuto, ma lui sapeva vedere lungo»
Austerità, questione morale e autonomia della sinistra: punti ancora attuali
«Assumemmo subito – racconta Luciana Castellina a proposito della posizione del Pdup e del gruppo del manifesto, di cui era un’autorevole dirigente, sulla proposta di compromesso storico – una posizione critica. Si può dire che Berlinguer decise di puntare una carta, secondo me perdente, perché un conto era il rapporto con il mondo cattolico, un conto quello con la Democrazia cristiana: due realtà molto diverse tra loro. Ma la cosa singolare che accadde, è che quando ci fu il terremoto in Irpinia, nel 1980, e l'anno prima ci furono le elezioni in cui il Partito comunista perse molti voti rispetto al 1976, pagando il prezzo di queste posizioni, Berlinguer ebbe un ripensamento, una riflessione critica di quella fase e anche dei movimenti, sul '68, su cui lui aveva preso una posizione molto rigida, perché i movimenti erano “casinisti”, lontani da una certa morale: c'era proprio un'incompatibilità, come dire, di tipo comportamentale, ecco. Insomma, a partire dal 1980 ebbe un ripensamento profondo riguardo queste questioni, e le sue “svolte” in questo senso sono state più d'una».
Quali?
«Prima, la sua visita alla Fiat. La Fiat nel 1980 viene praticamente occupata dagli operai, l'ultima lotta contro la ristrutturazione; e Berlinguer fece un gesto che al resto del Pci non piacque per niente. Da solo va alla Fiat dicendo agli operai: “Sappiate che qualsiasi cosa facciate io sono con voi”. Un gesto molto criticato, un gesto a favore di una lotta che veniva considerata ormai estrema, perdente, e via dicendo.
L'altra è la seconda volta che Berlinguer parlò di austerità, dopo il famoso discorso al Teatro Eliseo di Roma nel gennaio del 1977. Fu un discorso accolto non bene, accusato di essere un discorso di austerity. Ma non era affatto un discorso di austerity, perché invece coglieva finalmente quello che il Sessantotto sino ad allora aveva discusso, in particolare riguardo i temi ecologici. Noi del manifesto siamo stati i primi a parlare delle questioni ecologiche e ambientali, e quello era un discorso che parlava di questo, cioè di un diverso modello di società, contro il consumismo e lo spreco; quindi fu una delle prime aperture nei confronti di ciò che i movimenti in quel periodo stavano portando avanti politicamente, e invece fu recepito come un discorso “bacchettone”, che chiedeva soltanto sacrifici. E bisogna sottolineare che fu una critica che gli venne mossa dai movimenti stessi, i quali non capirono che si trattava piuttosto di una proposta di apertura verso i loro stessi temi.
E poi ci fu il discorso sulla crisi della democrazia, a causa del quale anche in questo caso fu accusato di essere un moralista, un “conservatore”, per giunta anticraxiano. Invece era un discorso sulla corruzione non solo dei partiti, ma ormai dell'intero sistema democratico, rivolto anche nei confronti del nostro stesso mondo. Furono dunque questi tre passaggi molto forti, forti e polemici: la difesa degli operai Fiat, l'austerità, la crisi della democrazia. E lì iniziò un dibattito molto intenso, anche molto duro all'interno del partito, soprattutto riguardante l'allearsi o meno con Craxi».
Be', alla luce di quanto accaduto poi, si può dire che in quel caso avesse visto lungo.
«Ti ris. pondo raccontando un episodio recente. C'è stata qualche tempo fa la presentazione di un libro di Paolo Franchi su Giorgio Napolitano, presentato in pompa magna alla Camera dei Deputati, alla quale ha partecipato lo stesso Presidente della Repubblica. In quell'occasione è stato D'Alema a intervenire, nel corso di un ragionamento proprio su quegli anni, dicendo: “Sì sì, però attenzione, perché su una cosa Berlinguer aveva ragione, e Napolitano torto: Napolitano non si era accorto, mentre Berlinguer se ne era accorto, che il Partito socialista con Craxi aveva subito un mutamento antropologico”. Dopodiché salì sul palco Eugenio Scalfari che aggiunse: “Berlinguer aveva capito che il Psi aveva subito un mutamento antropologico, ma non poteva ancora capire che i socialisti craxiani erano diventati una vera e propria banda”. Ricordo che l'intervento di Scalfari suscitò molto clamore in quei giorni».
Una domanda, direi inevitabile, anche se la storia non si fa con i "se". Ma se la storia di Moro fosse andata diversamente?
«Mah, sai, secondo me la storia in ogni caso non poteva andare diversamente, perché la Democrazia cristiana rappresentava quel blocco preciso di interessi. Certo, con Moro si sarebbero trovate delle aperture, ma poi in un ipotetico futuro ci sarebbero state di mezzo anche la sua apertura al movimento pacifista, la proposta della “terza via”, e tutte le questioni internazionali, come ad esempio la sua proposta di eurocomunsimo, che trovammo molto interessante ma che tramontò presto, non certo per colpa sua. Ma quando Berlinguer inizia a parlare di “terza via”, che è proprio in un nuovo delicato momento degli anni della guerra fredda, agli inizi degli anni Ottanta (con i missili a Comiso e così via), vuole dire parlare anche della rottura dell'alleanza stretta con gli Stati Uniti, cosa che la Democrazia cristiana non avrebbe mai potuto fare. Quindi quanto in là sarebbe potuta andare l'alleanza politica con Aldo Moro non lo so. Teniamo conto che in quegli anni il mondo cambiava: la Thatcher, Ronald Reagan, tutto quello che è avvenuto dopo. E lo scontro si faceva sempre più duro. Anche in quella circostanza ci fu molto conflitto nel partito, si diceva “ma che cos'è questa terza via, ormai c'è solo il capitalismo, il socialismo va male, c'è il capitalismo punto e basta”. Secondo loro dentro il ca-pitalismo bisognava fare come la socialdemocrazia, che ha accettato il capitalismo con una spruzzata di welfare e via. Quindi con la “terza via” Berlinguer propone qualcosa che in quel momento viene sonoramente rifiutato dal gruppo dirigente comunista. E anche in questo caso, rifiutando la visione socialdemocratica, secondo me aveva tutte le ragioni del mondo. Basta guardarsi intorno».
© 2014 NOVA DELPHI LIBRI S.R.L., ROMA
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