La Nuova Sardegna

«Nella sardità le radici della coerenza e del rigore»

di Anna Sanna
«Nella sardità le radici della coerenza e del rigore»

Lo scrittore Giancarlo De Cataldo: «Quando avevo vent’anni non lo capivo. Oggi per me dice tutto l’abbraccio commosso di Sandro Pertini alla sua bara»

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L’ eredità di Enrico Berlinguer è quella di un insegnamento morale per cui la politica non si fa per tornaconto personale, non si fa nell’interesse di se stessi ma nell’interesse della collettività. Questo è un insegnamento ancora vivo, un valore che abbiamo imparato a recuperare e a capire con il tempo».

Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, in “Romanzo criminale” ha raccontato un periodo drammatico della storia della Repubblica: gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, segnati dalla criminalità e dal terrorismo, ma anche da un modo diverso di vivere la politica, da figure come lo storico segretario del Pci. «Penso che non sia casuale che quest’anno siano stati dedicati a Berlinguer il romanzo di Francesco Piccolo “Il desiderio di essere come tutti”, un libro importante, e il documentario di Walter Veltroni – dice De Cataldo – Si vede che Berlinguer ci ha lavorato dentro in questi anni e sta rivenendo fuori».

Lo scrittore, classe 1956, al momento del massimo successo elettorale del Pci aveva vent’anni e lavorava in una radio indipendente a Roma. «Quando Berlinguer lanciava l’idea del compromesso storico, io stentavo a capire. Come molti giovani della mia generazione non comprendevo quella serietà, quella moralità che ci sembrava rigida, quella “gravitas” che di continuo ci veniva proposta, perché ci sembrava appartenere a un altro mondo. Noi non avevamo fatto la Resistenza, non eravamo stati in galera. Noi eravamo figli del post Sessantotto. Avevamo una vita gaia, un po’ freak. Berlinguer sembrava una persona che lanciava un messaggio cupo, di eccessiva serietà». Un giudizio che oggi, a trent’anni dalla morte del leader del Partito comunista italiano, è molto diverso: «Rivedendolo adesso Berlinguer sembra un uomo simpatico, ironico. L’idea che ne avevo a vent’anni è cambiata – continua De Cataldo – Da poco ho scritto un libro su Sandro Pertini, un uomo politico straordinario. Ai funerali di Berlinguer, Pertini bacia la bara del leader del Pci, lo accompagna con dolore e con affetto sinceri. Tutto in ceto politico, allora, praticava il confronto tra posizioni divergenti usando un linguaggio e argomenti del tutto diversi da quelli che oggi prevalgono: non era un’epoca di insulti, era un’epoca di ragionamenti. C’era un altro spessore, un’altra statura. Per Berlinguer, in più, contavano le origini regionali. Ogni volta che mi trovo a parlare con amici sardi, emerge il senso fortissimo di appartenenza e di identità che accomuna chi è nato nell’isola, ma anche una riservatezza rara. Noi scambiavamo per alterigia la riservatezza di Berlinguer, il suo tratto più sardo. E invece il punto era che per lui non bisogna mescolare mai il livello alto, serio, grave, della politica, con altre cose. Quello non era un tempo di giullari».

Berlinguer e Pertini, entrambi espressione di un modo alto di essere classe dirigente, che oggi è andato perduto. «Berlinguer era più giovane di Pertini ma si erano formati nello stesso clima di lotta, nello stesso clima di antifascismo, di Resistenza. Era una generazione per la quale il ladro è ladro a. prescindere, non si facevano grandi distinzioni nell’interesse del partito. Si lasciava lavorare la magistratura e anzi ci si arrabbiava molto quando le commissioni di inchiesta insabbiavano o quando si cercava di proteggere i politici corrotti. Dal Pci di Berlinguer una campagna di aggressione contro i giudici come quella a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sarebbe stata impensabile». Così come molto diverso era il legame con la società, i militanti, gli elettori: «Se riguardo le foto o i video dei funerali di Berlinguer vedo immagini struggenti di una fede che si è persa – dice De Cataldo – Il popolo della sinistra è diventato scettico, cinico, estraneo ai valori della solidarietà. Così almeno è stato nel corso di questi lunghi anni. Provo una grande rabbia per come si è disperso un enorme patrimonio di dignità, di diversità».

«Quei funerali – aggiunge De Cataldo – rappresentano la fine di un’epoca, che va giudicata storicamente, evitando di ridurla al presente per interessi di parte. C’è tanta gente, in questi giorni, che cerca di “annettersi” Berlinguer. Ma Berlinguer era Berlinguer. Il mondo in cui ha vissuto e operato era un altro mondo. La nostra stagione è diversa. Resta un insegnamento morale che bisogna riportare alla realtà di oggi con gli strumenti di oggi, senza evocare paragoni o parentele impossibili. Usare così Berlinguer è una mancanza di rispetto». «Facciamo nostra l’eredità di Berlinguer – conclude De Cataldo – senza costruire inutili altari, mostri di gesso da spendere ipocritamente. Il suo lascito morale, ma anche il suo percorso esistenziale, sono un patrimonio comune».

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