La Nuova Sardegna

Una vita in transito, in fuga da guerra e fame

di Luciano Marrocu
Una vita in transito, in fuga da guerra e fame

Il saggio “Storie di questo mondo” di Francesco Bachis e Antonio Maria Pusceddu Come si integrano i pastori romeni in Barbagia e le badanti ucraine a Berchidda

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di Luciano Marrocu

Non meraviglia l'attenzione crescente degli antropologi nei confronti delle migrazioni, meraviglia semmai che per molto tempo gli antropologi abbiano concesso, al riguardo, una sorta di esclusiva ai sociologici. Quasi che parlando di migrazioni e di migranti non si parlasse anche ( e forse soprattutto) di confronto culturale. Se è vero che il farsi dell'umanità può essere letto come una grande storia di migrazioni a quale disciplina se non all'antropologia può essere chiesto di applicarsi a capire cosa succede quando gruppi o individui lasciano il posto in cui hanno le radici per spendere la loro vita (o parte della loro vita ) altrove?

E' appunto dalla squillante rivendicazione di una competenza primaria dell'antropologia sul tema che nasce “Storie di questo mondo: percorsi di etnografia delle migrazioni”, un volume curato da due giovani antropologi dell'Università di Cagliari, Francesco Bachis e Antonio Maria Pusceddu. Un volume quanto mai ricco: i saggi sono numerosi e numerosi sono gli angoli visuali da cui il fenomeno è osservato. Si va dalla migrazione delle donne capoverdiane e da come esse finiscano per essere portatrici di innovazione all'interno della comunità originaria ai processi di mobilità spaziale che partono dal Marocco per arrivare alla Sardegna centrale, dai bambini cresciuti nei primi anni in Cile per poi essere adottati in Sardegna e dal loro sentirsi "altri" alle sovrapposizioni religiose tra cristiani e musulmani in Algeria e in Francia («Ho visto donne musulmane accendere candele davanti a una piccola statua mutilata della Vergine», riferisce Dionigi Albera).

Un'intera sezione del volume è dedicata all' «arrivare in Sardegna», una scelta che i curatori spiegano con l'esigenza di colmare un ritardo dovuto «a una certa tendenza dei sardi a pensare l'isola come terra di partenza piuttosto che l'approdo delle migrazioni». Tra i numerosi e interessanti saggi presenti in questa sezione spiccano quelli di Sergio Contu e Rosa Meloni. Contu illustra la quotidianità dei pastori rumeni in Sardegna, una quotidianità in cui le sole occasioni di socialità, una socialità minima per altro, si sviluppa nell'ambito stesso del rapporto d'impiego, rafforzando la loro dipendenza dal datore di lavoro. Quanto a Rosa Meloni, la sua ricerca nasce dal contatto quotidiano e prolungato nel tempo con un gruppo di badanti rumene attive a Berchidda. Il loro vivere è descritto da Rosa Meloni come «un vivere in transito», caratterizzato com'è da un pendolarismo ciclico. «La partenza, il viaggio, l'arrivo, il ritorno e l'attesa di una nuova partenza e di un nuovo ritorno diventano momenti costitutivi della loro vita. Una vita giocata tra qui e là, tra un mondo e un altro, in cui tutto si tiene».

Gran parte dei saggi contenuti nel volume si applica a un'analisi minuta di situazioni specifiche. E non è certo un caso che uno dei pochi saggi dedicati a questioni di metodo, quello di Fabio Dei, finisca per avere un valore fondativo di un approccio al fenomeno migratorio che ne sottolinea l'estrema complessità, le differenze, il fatto di muoversi all'interno di un campo di forze in cui si mischiano aggressivo respingimento e accoglienza umanitaria. Per lunghi tratti il saggio di Fabio Dei si impegna in una critica della categoria di «nuda vita» come il filosofo Giorgio Agamben la applica ad alcune situazioni tra cui la segregazione temporanea dei migranti clandestini. Nei centri di identificazione e di espulsione dei migranti, Agamben vede uno spazio in cui il potere, il potere dello Stato, non ha di fronte a sé che la «pura vita» dei migranti, la vita cioè come pura essenza biologica, privata di qualsiasi diritto. Dei si impegna in una convincente disamina filosofica della categoria di «pura vita», ma è ancora più convincente la sua osservazione per cui lo stesso Stato che imprigiona i clandestini è quello che predispone vaste operazioni di salvataggio dei naufraghi dei barconi, riconoscendo loro, evidentemente, un qualche diritto come persone umane. Quanto ai campi di identificazione e respingimento, «il rapporto tra forze dell'ordine e migranti passa attraverso il filtro opaco e poroso della cultura più che attraverso la limpidezza delle norme di diritto». La qual cosa, ancora una volta , lascia ampio spazio all'analisi degli antropologi.

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