Birra Ichnusa, gli olandesi puntano sull’identità

Il marchio, dal 1986 di proprietà Heineken, continua a crescere. Il direttore Mele: «Manteniamo il gusto della tradizione»

ASSEMINI. Secondo l’irlandese Paul David Hewson, meglio noto come Bono Vox, leader degli U2, «quello che fa di un popolo una nazione, sono tre cose: la lingua, una compagnia di bandiera e una birra». I sardi hanno tutte e tre le condizioni, almeno finché Meridiana solcherà i cieli, il sardo continuerà ad essere parlato e l’Ichnusa a produrre la birra con i Quattro Mori. Nel 2012, ai tempi della funesta profezia Maya sulla fine del mondo, i sardi erano fra i pochi a guardare con ottimismo al futuro, certi che nessuna apocalisse potesse rovinare un appuntamento irrinunciabile, il centenario della loro birra preferita, con il seguito di festeggiamenti e di brindisi per l’azienda fondata nel 1912 da Amsicora Capra. I sardi hanno, perfino, termini regionali per indicare i formati della birra, dallo “scioppino” che indica il formato da 20 cl, al “birroncino”, la bottiglia da 33 cl, alla “spina” che indica sbrigativamente, una richiesta di birra spillata dai fusti. Il legame tra l’Ichnusa e la Sardegna è solido come una quercia. Un rapporto che si tiene al passo con i tempi e fa segnare il mezzo milione di fan sulla pagina Facebook del marchio.

Il gruppo olandese Heineken, un colosso dell’industria birraia, tra i primi al mondo, il primo in Europa, con 85mila dipendenti, 195 milioni di ettolitri di birra prodotti, commercializzati in oltre 170 paesi e un fatturato di 19,2 miliardi di euro, ha acquisito, nel 1986, il marchio e lo stabilimento di Macchiareddu e si è guardato bene dall’indebolire la cifra etnica del prodotto.

Sulla sardità dell’Ichnusa, l’Heineken ha costruito le sue strategie di marketing per il consolidamento delle posizioni di mercato nell’isola, in continua crescita, puntando a far apprezzare una birra dal “sapore nuragico”, anche oltre Tirreno. Lo stabilimento di Assemini sorge su un’area di 162mila metri quadrati, occupa 98 addetti, 88 diretti, con un’anzianità aziendale media di 24 anni, 10 di società terziste e produce 597mila ettolitri di birra all’anno: l’unico di queste dimensioni in Sardegna.

«L’Heineken ha investito molto sul marchio Ichnusa – dice Giuseppe Mele, 36 anni, direttore dello stabilimento, il più giovane del gruppo in Italia, pugliese di Sava: «Ma mi hanno scelto con il cognome sardo, scherza, perché era una condizione indispensabile. Cerchiamo – prosegue – di mantenere il gusto della tradizione su standard di produzione internazionali. I sardi sono affezionati a questa birra e la riconoscerebbero tra mille. Naturalmente sono cambiati i macchinari, la tracciabilità delle materie prime, le leggi a tutela dei consumatori. L’Ichnusa che produciamo oggi non è la stessa di cento anni fa, le tecniche sono diventate più sofisticate e l’attenzione al consumatore più forte. Uniamo la tecnologia dei robot con l’esperienza dei nostri mastri birrai, perché nessuna macchina potrà mai sostituire il naso e il palato dell’uomo nel valutare una birra. Puntiamo molto sull’ultima nata in casa Ichnusa, la Radler al limone (un mercato in forte espansione con una crescita stimata dei volumi del brand del 12% ndr). Per quanto possibile utilizziamo, come fornitori, produttori nazionali e locali, ma non sempre troviamo in Sardegna standard in grado di rispondere ai quantitativi e ai requisiti necessari ai nostri processi di fabbricazione che devono rispettare regole internazionali per la qualità e per la sicurezza che tutelano, da una parte i consumatori, dall’altra il personale che lavora in stabilimento. Su quest’ultimo aspetto siamo molto orgogliosi del record che abbiamo festeggiato, di recente, con un uovo di Pasqua: 1.500 giorni senza nessun incidente sul lavoro. Cerchiamo di rendere l’ambiente dove si produce la nostra birra, più sicuro ogni giorno». Sugli schermi, nei reparti di fabbricazione, scorrono le immagini di “mister Ajò”, mascotte della sicurezza, lattina di Ichnusa con il caschetto, che ricorda le regole da rispettare.

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