La figlia di Vanna Licheri: «Una ferita ancora aperta»
Abbasanta, Paola Leone racconta la tragedia del 1995: la madre mai più tornata «Le udienze faranno riemergere tanti ricordi dolorosi ma vogliamo sapere»
ABBASANTA. La sveglia con la cornice d’argento è rimasta chiusa nella carta da regalo. Era il dono che i figli di Vanna Licheri avrebbero fatto alla madre, nel giorno della Festa della mamma. Era il 14 maggio 1995. Vanna Licheri, imprenditrice agricola di Abbasanta «mamma, nonna e ora anche bisnonna», dice la figlia Paola Leone, non ebbe mai modo di scartarlo. Perchè i ladri di uomini se la portarono via alle prime luci di quel giorno. Rapita; peggio, dissolta nelle fauci di un mostro che aveva già ingoiato, qualche mese prima, Giuseppe Vinci e che quattro giorni dopo la sparizione di Vanna Licheri avviluppò anche Ferruccio Checchi. Vinci e Checchi rientrarono. Vanna Licheri, no. Morì di una prigionia senza ritorno. E la sveglia, da allora, è rimasta incartata.
Un nuovo processo. Per il sequestro di Vanna Licheri due persone sono in carcere: Giovanni Gaddone, di Loculi, e Pietro Paolo Melis, di Mamoiada. Per quest’ultimo, condannato a 30 anni (è in carcere da 16), la Corte d’appello di Perugia ha accolto l’istanza di riapertura di parte del processo. Sarà incentrato su una nuova perizia fonica di una conversazione intercorsa tra Gaddone e un altro uomo – che si assume esser stato Melis – nel quale si discutevano dettagli sul rapimento. Melis ha sempre negato ogni responsabilità, e la perizia fonica prodotta dal difensore di Melis sostiene la tesi che l’interlocutore non sia lui. Una luce diversa su una vicenda che si riteneva archiviata, ormai da anni.
Reduce di guerra. «Mah, come sentirsi. Dopo tutto questo tempo, è un riaprire ferite profonde. Personali, collettive. Di noi figli e degli altri familiari. Ecco, mi sento come un reduce di guerra che torna senza capire il perché si è combattuto, o se era giusto stare su quel campo di battaglia». Paola Leone è la figlia di Vanna Licheri. Lei, come il padre Gino (mancato nel 2009), i fratelli e le sorelle, portano il fardello di un dolore sconfinato. Il tempo non lo può lenire. «Si resta sequestrati a vita. È come essere sempre sotto scacco. Questo però non ci ha impedito di coltivare il rispetto della legalità, della giustizia. Noi non abbiamo mai voluto un colpevole a tutti i costi. Ecco, questo è importante. Sull’estetica, abbiamo sempre pensato dovesse prevalere l’etica».
Uno squillo nella notte. Paola Leone è un’insegnante. È anche il vicesindaco di Abbasanta. Di quella mattina, il 14 maggio 1995, ha un ricordo nitido, cristallino. «Lo squillo del telefono aveva rotto il silenzio della notte, o comunque era mattina ma molto presto. Mio fratello mi disse: mamma è stata portata via. Io non capii. E lui allora: è stata sequestrata. Sequestrata, capisce?».
Il doppio binario. La vita di ogni giorno rivoltata. «Non sappiamo più cosa sia accaduto a mia madre». Non c’è nemmeno una tomba su cui piangere, perché il corpo di Vanna Licheri non è mai stato ritrovato. Ora, il nuovo processo. «Sa, è come un doppio binario. Da una parte c’è il dolore intenso, interno. E l’assenza, una grande assenza. A volte c’è la tentazione di chiudere tutto, per la paura di soffrire ancora di più. Ma non sarebbe corretto. Vogliamo vivere di ricordi, non di rimpianti o rimorsi». Affrontare questa nuova fase giudiziaria riaprirà qualcuno di quei cassetti faticosamente chiusi, o almeno accostati. «Noi attendiamo una luce che illumini la nostra triste e buia storia. Abbiamo piena fiducia nell’avvocato Agostinangelo Marras (il legale della famiglia ndr). Ripeto, non abbiamo mai voluto un colpevole, purché fosse».
Giuseppe e gli altri. In questo percorso di ferite dell’anima, ci sono alcuni compagni di viaggio. Oltre che i familiari, ci sono gli altri ex sequestrati. «Ogni tanto ci incontriamo con Giuseppe Vinci, Cristina Berardi, Michelangelo Mundula. E sa che succede? Sembriamo persone che hanno subìto una particolare malattia e l’hanno condivisa. Ci incontriamo, ci guardiamo negli occhi, ci abbracciamo». Parlare direttamente del sequestro, no. Fa troppo male. Come se ognuno portasse con sé le chiavi dei cassetti della memoria, dai quali far affacciare, ma solo un poco, dolori sempre in agguato. Da presentare in un consesso ristretto, di chi sa, anche senza parlare, quanto sia faticoso l’esercizio della normalità, dopo quel che è stato. «Non ho mai incontrato i familiari di chi non è tornato a casa. Sarebbe troppo».
I fiori e il regalo. Vanna Licheri coltivava con passione i fiori nel suo bel giardino. «Cerco anche io di tenerli bene, mi piace». Quel 14 maggio 1995 è lo spartiacque tra una vita che c’era e ora non c’è più. «Se mai scarteremo quel regalo, quella sveglia? Penso di no. È chissà dove. In qualche modo è il simbolo di un tempo che si è fermato». Chiusa, almeno quella, nei cassetti del dolore.
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